Kal-El neonato viene spedito sulla Terra da Russel Crowe prima che Krypton si disintegri. Finirà in Kansas allevato da Kevin Kostner, crescendo come un disadattato a causa dei suoi inusitati poteri. Un viaggio verso i ghiacci del nord gli farà scoprire la sua vera natura e capirà qual è la sua missione. L'arrivo di alcuni kryptoniani criminali lo metterà a dura prova.
Lasciando da parte ogni polemica sul dilagare di remake e reboot a Hollywood (l'ultimo Superman è del 2006), mi concentrerei sull'estetica della meraviglia portata all'eccesso, presente in questo film, ma anche in molte pellicole degli ultimi tempi (vedi l'ultimo Star Trek). Un'estetica possibile e sostenuta dal reparto effetti speciali, che ormai possono tutto. Perciò sono un'arma micidiale in mano a registi dal polso debole o dal dubbio talento. Sulla carta L'uomo d'acciaio era un progetto interessante: soggetto e sceneggiatura dei creatori della più recente saga di Batman (Goyer e Nolan), con una riscrittura più attuale e adulta di Superman (nome che viene pronunciato solo una volta in tutto il film), un regista dalla produzione altalenante ma con qualche film interessante al suo attivo. Il risultato è piuttosto deludente. Il film inizia con un lungo prologo su Krypton, con un'ambientazione un po' alla Avatar e un po' retrò (astronavi organiche, visori in 3D metallico, bestie volanti, costumi medioevali) per continuare sulla Terra con il viaggio di Clark Kent per scoprire se stesso. Questa parte del film è quella migliore, costruita con flashback sulla difficile infanzia a Smallville, dove il protagonista fa i conti con la sua diversità, si confronta con gli amorevoli genitori adottivi e incontra la giornalista Lois Lane. Poi arrivano i cattivi, capitanati da un ossessivo e spiritato Michael Shannon, e il film diventa un'interminabile, noiosa sequela di scontri e distruzioni catastrofiche, senza un minimo di spirito epico o senso della misura. Un vandalismo digitale ipertrofico e imbarazzante che affossa il film, facendo dimenticare i pochi pregi della riscrittura di questo personaggio, come la rilettura cristiana della sua venuta sulla Terra, il rapporto con i due padri e il cammino che egli intraprende per la salvezza del mondo. Occasione sprecata.
L'uomo d'acciaio (Man of Steel, USA/Canada/Gran Bretagna, 2013)
Un film di Zack Snyder.
Con Henry Cavill, Amy Adams, Michael Shannon, Kevin Costner, Diane Lane, Russel Crowe
Durata 143 min.
sabato 29 giugno 2013
lunedì 24 giugno 2013
Salti nel buio
Dove si può mandare un vulcaniano? Dentro un vulcano, ovviamente. J.J. Abrams e i suoi simpatici sceneggiatori stanno ancora ridendo della trovata… ma questo è solo il prologo.
La flotta stellare è sotto attacco. La minaccia contro cui si trovano a lottare il capitano Kirk e il suo equipaggio è più insidiosa del solito, perché arriva dal lato oscuro dell'animo umano, sempre pronto ad una nuova guerra. Il tema, interessante e fecondo di sviluppi interessanti, viene svolto nel consueto modo esagerato, continuando la linea dettata dal primo episodio. Perciò super cattivi, super effetti e disastri uno via l'altro. Ci vuole ben più che la sospensione dell'incredulità per assistere a questo film, per altro confezionato benissimo e con gran profusione di dollari. Con la regia turbo di Abrams non ci si annoia mai, ma forse un po' meno roba da disintegrare e qualche battuta in più a Spock non guastava. Sto diventando vecchio? Può essere. Però, pur con tutta la sua spettacolarità esagerata, il primo episodio conteneva elementi di trama più interessanti e originali, che qui vengono sacrificati nella interminabile baraonda di scene d'azione ben oltre i confini della verosimiglianza. Dai creatori delle trame cervellotiche di Lost e Fringe mi aspettavo qualche guizzo d'intelligenza in più.
Zachary Quinto è un impeccabile Spock, perfetto quando mantiene la sua comica imperturbabilità, un po' meno quando si arrabbia. Il cattivo di turno è l'ottimo Benedict Cumberbatch, purtroppo usato al di sotto delle sue capacità, mentre il redivivo Peter Weller è l'ambiguo e pericoloso ammiraglio Marcus.
Colpone di scena nel pre-finale ma con soluzione telefonata (anzi teletrasportata). Classico pop-corn a cui si assiste tra il divertito e lo stordito. Astenersi amanti film lenti e contemplativi.
Star Trek Into Darkness (USA, 2012)
Un film di J.J. Abrams.
Con John Cho, Benedict Cumberbatch, Alice Eve, Bruce Greenwood, Simon Pegg, Chris Pine, Zoe Saldana, Zachary Quinto, Karl Urban, Peter Weller, Anton Yelchin.
Durata 132 min.
La flotta stellare è sotto attacco. La minaccia contro cui si trovano a lottare il capitano Kirk e il suo equipaggio è più insidiosa del solito, perché arriva dal lato oscuro dell'animo umano, sempre pronto ad una nuova guerra. Il tema, interessante e fecondo di sviluppi interessanti, viene svolto nel consueto modo esagerato, continuando la linea dettata dal primo episodio. Perciò super cattivi, super effetti e disastri uno via l'altro. Ci vuole ben più che la sospensione dell'incredulità per assistere a questo film, per altro confezionato benissimo e con gran profusione di dollari. Con la regia turbo di Abrams non ci si annoia mai, ma forse un po' meno roba da disintegrare e qualche battuta in più a Spock non guastava. Sto diventando vecchio? Può essere. Però, pur con tutta la sua spettacolarità esagerata, il primo episodio conteneva elementi di trama più interessanti e originali, che qui vengono sacrificati nella interminabile baraonda di scene d'azione ben oltre i confini della verosimiglianza. Dai creatori delle trame cervellotiche di Lost e Fringe mi aspettavo qualche guizzo d'intelligenza in più.
Zachary Quinto è un impeccabile Spock, perfetto quando mantiene la sua comica imperturbabilità, un po' meno quando si arrabbia. Il cattivo di turno è l'ottimo Benedict Cumberbatch, purtroppo usato al di sotto delle sue capacità, mentre il redivivo Peter Weller è l'ambiguo e pericoloso ammiraglio Marcus.
Colpone di scena nel pre-finale ma con soluzione telefonata (anzi teletrasportata). Classico pop-corn a cui si assiste tra il divertito e lo stordito. Astenersi amanti film lenti e contemplativi.
Star Trek Into Darkness (USA, 2012)
Un film di J.J. Abrams.
Con John Cho, Benedict Cumberbatch, Alice Eve, Bruce Greenwood, Simon Pegg, Chris Pine, Zoe Saldana, Zachary Quinto, Karl Urban, Peter Weller, Anton Yelchin.
Durata 132 min.
mercoledì 5 giugno 2013
Il grande nulla
Jep Gambardella (Toni Servillo), autore di un unico romanzo in gioventù, divenuto giornalista e re della mondanità romana, spende la sua vita tra party caciaroni, happening artistici, funerali e matrimoni, attraversando come un sonnambulo una Roma di dolente bellezza. Indossando una maschera di amara disillusione, incontra nel suo vagare nani e ballerine, artisti cialtroni e stripteuse attempate, cardinali mondani e sante mummificate, in un girovagare che, come i trenini che ama fare nelle sue feste, non porta da nessuna parte.
La grande bellezza è un film ondivago, come il suo protagonista, e senza una vera trama, un elemento che interessa poco al regista (e che era già stato in gran parte sacrificato nel precedente This must be the place). Unico filo che lega episodi e personaggi è lo sguardo del protagonista e il suo monologo interiore. Ne esce un film affastellato di roba, roba di buona qualità, ma che nell'insieme sembra ammassata un po' a caso, anche se così non è. Nel film ci sono spunti e idee per una decina di film, personaggi appena abbozzati che meriterebbero una pellicola tutta per loro (ad esempio Ramona, egregiamente interpretata da Sabrina Ferilli), brillanti grezzi che intravediamo in una miniera senza fine, dove viaggiamo su un trenino senza freni. Il film è un ritratto – forse un po' troppo estetizzante – dell'Italia in putrefazione di oggi, almeno di certa Italia, quella che balla mentre la nave affonda. Non è un caso che in una scena appaia il relitto della Costa Concordia, elegantemente reclinata nell'azzurro del mare, bella ma morta.
La grande bellezza è un film sul nulla e forse per questo sembra così inconsistente (è indicativo di un intento progettuale del regista che il protagonista ricordi come Flaubert progettasse un romanzo sul nulla). Ma a ben vedere mena fendenti a destra e a manca. Ce n'è per tutti: artisti velleitari, finti intellettuali che "grondano impegno sociale", cardinali senza fede ma con molte ricette, dive della tv sfatte, nobili a noleggio. Grande assente solo il mondo della politica, ma c'è tutta la società che ha creato e sostenuto quel mondo.
Un film dunque solo apparentemente irrisolto, che invece è ricco di spunti di riflessione, di personaggi affascinanti e facce giuste, girato con il consueto virtuosismo in una Roma di abbagliante bellezza, pieno di momenti di poesia senza essere stucchevole, spruzzato di surrealismo senza diventare felliniano (l'ombra de La dolce vita aleggia lieve). Un film da guardare con gli occhi bene aperti.
La grande bellezza (Italia / Francia, 2013)
Un film di Paolo Sorrentino.
Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi.
Durata 150 min.
domenica 19 maggio 2013
Gatsby l'esagerato
Nick Carraway, giovane aspirante scrittore giunto a New York nel 1922 e finito a lavorare nella finanza, ci racconta la storia di Gatsby, misterioso e ricchissimo personaggio, suo vicino di casa. Nick aiuterà Gatsby a incontrare Daisy, il primo indimenticato amore, moglie infelice di Tom Buchanan. Chi ha letto il libro di Scott Fitzgerald sa come va a finire.
Baz Luhrmann rilegge a modo suo il celebre romanzo, restituendoci una versione all'insegna dell'esagerazione visiva, con movimenti di macchina iperbolici, scenografie straripanti, inquadrature stipate all'inverosimile, colori saturi e colonna sonora che spazia dal sinfonico struggente all'hip pop, frullando elettronica e fox-trot. Dopo mezz'ora ha già esaurito il budget di tre film italiani. Insomma tutto quello che ci si aspetta da un film marchiato Luhrmann. Ma il suo stile è ormai maniera e sembra che lui voglia adattarlo a tutto e forse questa è la colpa più grave del film, che ha irritato più di un critico a Cannes. A parte questo aspetto, il film risulta assolutamente godibile per chi digerisce la cucina speziata del regista australiano.
Sostenuto da un cast perfetto, Il Grande Gatsby coinvolge lo spettatore nelle vicende sentimentali del protagonista, trovando i momenti migliori nelle scene in cui la bravura degli attori emerge sulla trasbordante messa in scena. DiCaprio calza in modo naturale i panni dell'affascinante e complesso personaggio di Gatsby, mentre Carey Mulligan è un'eterea quanto fatua Daisy, perfetta incarnazione dell'allucinazione amorosa di cui il protagonista è vittima.
Più interessato alle feste faraoniche, alla luccicante superficie degli Anni Ruggenti, Luhrmann tralascia i temi più caldi del romanzo, come lo smascheramento dal falso mito del sogno americano, di cui Gatsby è interprete romantico e perdente, la feroce disugualianza sociale in un'epoca di incontrollato sviluppo e di folle corsa verso il baratro della Grande Depressione. Nessun aggancio ai nostri giorni, nessun pensiero troppo profondo, solo una mirabolante sarabanda poco adatta a questa storia.
Il Grande Gatsby (The Great Gatsby, Australia / USA, 2013)
Un film di Baz Luhrmann.
Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher.
Durata 142 min.
Baz Luhrmann rilegge a modo suo il celebre romanzo, restituendoci una versione all'insegna dell'esagerazione visiva, con movimenti di macchina iperbolici, scenografie straripanti, inquadrature stipate all'inverosimile, colori saturi e colonna sonora che spazia dal sinfonico struggente all'hip pop, frullando elettronica e fox-trot. Dopo mezz'ora ha già esaurito il budget di tre film italiani. Insomma tutto quello che ci si aspetta da un film marchiato Luhrmann. Ma il suo stile è ormai maniera e sembra che lui voglia adattarlo a tutto e forse questa è la colpa più grave del film, che ha irritato più di un critico a Cannes. A parte questo aspetto, il film risulta assolutamente godibile per chi digerisce la cucina speziata del regista australiano.
Sostenuto da un cast perfetto, Il Grande Gatsby coinvolge lo spettatore nelle vicende sentimentali del protagonista, trovando i momenti migliori nelle scene in cui la bravura degli attori emerge sulla trasbordante messa in scena. DiCaprio calza in modo naturale i panni dell'affascinante e complesso personaggio di Gatsby, mentre Carey Mulligan è un'eterea quanto fatua Daisy, perfetta incarnazione dell'allucinazione amorosa di cui il protagonista è vittima.
Più interessato alle feste faraoniche, alla luccicante superficie degli Anni Ruggenti, Luhrmann tralascia i temi più caldi del romanzo, come lo smascheramento dal falso mito del sogno americano, di cui Gatsby è interprete romantico e perdente, la feroce disugualianza sociale in un'epoca di incontrollato sviluppo e di folle corsa verso il baratro della Grande Depressione. Nessun aggancio ai nostri giorni, nessun pensiero troppo profondo, solo una mirabolante sarabanda poco adatta a questa storia.
Il Grande Gatsby (The Great Gatsby, Australia / USA, 2013)
Un film di Baz Luhrmann.
Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher.
Durata 142 min.
giovedì 4 aprile 2013
Hitchcock e le bionde
Un Alfred Hitchcock sessantenne decide di mettere in gioco la sua carriera puntando tutto su un progetto che nessuno studio vuole produrre: Psycho. Ispirato agli inquietanti delitti di un serial-killer, il film avrà una gestazione travagliata, ma alla fine diverrà il suo più grande successo commerciale.
Il biopic di Sacha Gervasi, ingannevolmente intitolato Hitchcock, è in gran parte incentrato sulla storia privata del grande regista, con i suoi demoni, il rapporto morboso con le attrici e quello con Alma Reville, moglie e preziosa collaboratrice. La pellicola inizia brillantemente citando i famosi prologhi di Alfred Hitchcock racconta, ma poi ben presto s'incarta con gli inutili e imbarazzanti dialoghi immaginari tra Hitch e il serial-killer che ha ispirato il personaggio di Norman Bates. È questo il trucchetto di sceneggiatura per rendere il carattere weirdo di Hitchcock, ma in realtà ne esce un incrocio tra Hannibal the Cannibal e Dexter. Invece i suoi veri demoni vengono citati solo in un dialogo tra attrici, da cui apprendiamo del gusto ossessivo sulla manipolazione e sul controllo delle bionde protagoniste dei suoi film.
Molto spazio poi viene dato al complesso rapporto con la paziente e comprensiva moglie (una strepitosa Helen Mirren, molto più sexy dell'originale), mentre quasi nulla al genio di Hitchcock. Concentrandosi sul ritratto dell'uomo – pieno di tic, ossessioni e debolezze – il film tralascia completamente di raccontarne l'opera e non prova neanche a spiegare perché Hitchcock è uno dei più grandi registi di tutti i tempi. E per un film che s'intitola Hitchcock è piuttosto grave, come fare un film su Mozart senza musica. Antony Hopkins, sotto chili di trucco, ne tenta una pallida imitazione, che oscilla tra il ritratto sbiadito e la caricatura grottesca (la scena in cui alla prima del film "dirige" le reazioni del pubblico durante la celeberrima sequenza della doccia). Helen Mirren gli ruba spesso la scena e la sceneggiatura suggerisce – non tanto velatamente – che sia lei il vero genio dietro al grande regista. Un vero autogol.
Per quegli strani casi che sempre più spesso capitano a Hollywood, nello stesso anno di Hitchcock, la HBO ha prodotto The Girl, incentrato sulla storia di Tippi Hedren e della sua terribile esperienza con Hitch. Curiosamente il film parte dove il primo termina e racconta la lavorazione de Gli uccelli e di Marnie, entrambi interpretati dalla bionda attrice. Anche questo film parla dell'Hitchcock privato, tratteggiando un personaggio decisamente più sgradevole e inquietante, ma anche più convincente del precedente. Ma qui protagonista del film è Tippi Hedren, la girl del titolo, e non il regista.
È comunque sorprendente come due film, prodotti contemporaneamente, si concentrino entrambi più sulla descrizione delle morbose fantasie del regista che sulla sua opera, dandone alla fine un ritratto impietoso e per niente lusinghiero. Molto più plausibile (anche dal punto di vista della somiglianza fisica) la Alma Reville interpretata dalla grande Imelda Staunton, molto più remissiva e "complice" di quella della Mirren.
Tra i due il secondo è più onesto ed esplicito, raccontando il tormento di un genio impotente, che sublima nei film (e nell'ossessione per le bionde) le sue pulsioni erotiche.
Così, se volete sapere qualcosa di più dell'altro Hitchcock, l'artista, non vi resta che leggere Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut, probabilmente il più bel libro sul cinema di sempre.
Hitchcock (USA, 2012)
Un film di Sacha Gervasi.
Con Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson, James D'Arcy, Jessica
Biel.
Durata 98 min.
The Girl (USA, 2012)
Un film di Julian Jarrold.
Con Sienna Miller, Toby Jones, Imelda Staunton
Durata: 91 min.
Il biopic di Sacha Gervasi, ingannevolmente intitolato Hitchcock, è in gran parte incentrato sulla storia privata del grande regista, con i suoi demoni, il rapporto morboso con le attrici e quello con Alma Reville, moglie e preziosa collaboratrice. La pellicola inizia brillantemente citando i famosi prologhi di Alfred Hitchcock racconta, ma poi ben presto s'incarta con gli inutili e imbarazzanti dialoghi immaginari tra Hitch e il serial-killer che ha ispirato il personaggio di Norman Bates. È questo il trucchetto di sceneggiatura per rendere il carattere weirdo di Hitchcock, ma in realtà ne esce un incrocio tra Hannibal the Cannibal e Dexter. Invece i suoi veri demoni vengono citati solo in un dialogo tra attrici, da cui apprendiamo del gusto ossessivo sulla manipolazione e sul controllo delle bionde protagoniste dei suoi film.
Molto spazio poi viene dato al complesso rapporto con la paziente e comprensiva moglie (una strepitosa Helen Mirren, molto più sexy dell'originale), mentre quasi nulla al genio di Hitchcock. Concentrandosi sul ritratto dell'uomo – pieno di tic, ossessioni e debolezze – il film tralascia completamente di raccontarne l'opera e non prova neanche a spiegare perché Hitchcock è uno dei più grandi registi di tutti i tempi. E per un film che s'intitola Hitchcock è piuttosto grave, come fare un film su Mozart senza musica. Antony Hopkins, sotto chili di trucco, ne tenta una pallida imitazione, che oscilla tra il ritratto sbiadito e la caricatura grottesca (la scena in cui alla prima del film "dirige" le reazioni del pubblico durante la celeberrima sequenza della doccia). Helen Mirren gli ruba spesso la scena e la sceneggiatura suggerisce – non tanto velatamente – che sia lei il vero genio dietro al grande regista. Un vero autogol.
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| Cast a confronto con gli originali |
Per quegli strani casi che sempre più spesso capitano a Hollywood, nello stesso anno di Hitchcock, la HBO ha prodotto The Girl, incentrato sulla storia di Tippi Hedren e della sua terribile esperienza con Hitch. Curiosamente il film parte dove il primo termina e racconta la lavorazione de Gli uccelli e di Marnie, entrambi interpretati dalla bionda attrice. Anche questo film parla dell'Hitchcock privato, tratteggiando un personaggio decisamente più sgradevole e inquietante, ma anche più convincente del precedente. Ma qui protagonista del film è Tippi Hedren, la girl del titolo, e non il regista.
È comunque sorprendente come due film, prodotti contemporaneamente, si concentrino entrambi più sulla descrizione delle morbose fantasie del regista che sulla sua opera, dandone alla fine un ritratto impietoso e per niente lusinghiero. Molto più plausibile (anche dal punto di vista della somiglianza fisica) la Alma Reville interpretata dalla grande Imelda Staunton, molto più remissiva e "complice" di quella della Mirren.
Tra i due il secondo è più onesto ed esplicito, raccontando il tormento di un genio impotente, che sublima nei film (e nell'ossessione per le bionde) le sue pulsioni erotiche.
Così, se volete sapere qualcosa di più dell'altro Hitchcock, l'artista, non vi resta che leggere Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut, probabilmente il più bel libro sul cinema di sempre.
Hitchcock (USA, 2012)
Un film di Sacha Gervasi.
Con Anthony Hopkins, Helen Mirren, Scarlett Johansson, James D'Arcy, Jessica
Biel.
Durata 98 min.
The Girl (USA, 2012)
Un film di Julian Jarrold.
Con Sienna Miller, Toby Jones, Imelda Staunton
Durata: 91 min.
sabato 23 marzo 2013
L'aereo più gay del mondo
Un guasto al carrello costringe un aereo a girare in tondo sui cieli della Castiglia in attesa di una pista libera per un atterraggio d'emergenza. A bordo s'intrecciano le vicende di vari stravaganti passeggeri e dei ancor più eccentrici membri dell'equipaggio.
Versione spagnola de L'aereo più pazzo del mondo? Magari! Gli amanti passeggeri è un'esile commedia che segna un altro punto nella parabola creativa sempre più discendente di Almodóvar. Personaggi bizzarri con lo spessore della carta velina, dialoghi finto-trasgressivi, caricature gay e trama praticamente inesistente. Il momento clou del film è il balletto gayo degli steward su una vecchia hit delle Pointer Sisters: ecco, immaginatevi il resto. Per tutto il film si ha la sensazione che il regista sia uno sciagurato che tenti disperatamente di imitare Almodóvar, farcendo la pellicola con alcuni degli elementi stilistici (colori pop, momento musical) e tematici (sesso strano, gaytudine) più cari al regista, ma messi alla cazzo di cane (scusate il tecnicismo). Lo sconclusionato e debolissimo La pelle che abito aveva almeno dei pregi visivi, mentre qui la messa in scena risulta ben più povera, se si escludono i colori squillanti e qualche inquadratura sghemba. E il pre-finale con gli spazi aeroportuali metafisicamente deserti, mentre il velivolo (fuori campo) tenta un atterraggio di fortuna, sembra più dettato da un risparmio produttivo che da una scelta artistica. Imbarazzante.
Los amantes pasajeros (Spagna, 2013)
Un film di Pedro Almodóvar.
Con Antonio de la Torre, Hugo Silva, Miguel Angel Silvestre, Laya Martí, Javier Cámara.
Durata 90 min.
Versione spagnola de L'aereo più pazzo del mondo? Magari! Gli amanti passeggeri è un'esile commedia che segna un altro punto nella parabola creativa sempre più discendente di Almodóvar. Personaggi bizzarri con lo spessore della carta velina, dialoghi finto-trasgressivi, caricature gay e trama praticamente inesistente. Il momento clou del film è il balletto gayo degli steward su una vecchia hit delle Pointer Sisters: ecco, immaginatevi il resto. Per tutto il film si ha la sensazione che il regista sia uno sciagurato che tenti disperatamente di imitare Almodóvar, farcendo la pellicola con alcuni degli elementi stilistici (colori pop, momento musical) e tematici (sesso strano, gaytudine) più cari al regista, ma messi alla cazzo di cane (scusate il tecnicismo). Lo sconclusionato e debolissimo La pelle che abito aveva almeno dei pregi visivi, mentre qui la messa in scena risulta ben più povera, se si escludono i colori squillanti e qualche inquadratura sghemba. E il pre-finale con gli spazi aeroportuali metafisicamente deserti, mentre il velivolo (fuori campo) tenta un atterraggio di fortuna, sembra più dettato da un risparmio produttivo che da una scelta artistica. Imbarazzante.
Los amantes pasajeros (Spagna, 2013)
Un film di Pedro Almodóvar.
Con Antonio de la Torre, Hugo Silva, Miguel Angel Silvestre, Laya Martí, Javier Cámara.
Durata 90 min.
venerdì 8 marzo 2013
Zzz...
Oscar Diggs, mago da circo dongiovanni e un po' cialtrone, finisce a causa di un tornado nel magico Regno di Oz, dove, secondo una profezia, dovrà liberare il Paese dalla strega malvagia.
Inutile e noioso prequel del celeberrimo Mago di Oz di Victor Fleming, firmato da un appannato Sam Raimi e interpretato da un cast che si candida come il più grande spreco di talenti degli ultimi anni. A Michelle Williams, Mila Kunis e Rachel Weisz (argh!) toccano i ruoli delle streghe (buone, cattive e così così), Zach Braff dà voce ad un'inquietante scimmia volante, James Franco invece incarna il personaggio del titolo. Purtroppo lui ha il carisma di un comò, ma questo non è il peggior difetto del film. La pellicola comincia – esattamente come Il Mago di Oz – con un lungo prologo in bianco e nero in formato 4:3, dove si presenta il protagonista. Bastavano forse cinque minuti, invece Raimi si dilunga una mezzora buona prima che il protagonista finisca nel Regno di Oz, patria del technicolor in formato panoramico. Un trucchetto innovativo nel 1939, un po' meno nel 2013. Se poi aggiungiamo che in quel prologo Judy Garland cantava "Over the Rainbow"…
Le scenografie di Robert Stromberg (quello di Avatar e Alice nel Paese delle Meraviglie) sono proprio quelle di Avatar e Alice nel Paese delle Meraviglie. La fotografia ultra satura di Peter Deming, che imita il technicolor dell'originale, provoca un senso di indigestione da caramelle. Potrebbe essere tutto molto bello, a prova di daltonico direi (e so di cosa parlo), se non fosse che la già esile storia fa acqua da tutte le parti. Va bene che è una favola, ma un minimo di solidità nella trama e nella costruzione dei personaggi ci vuole, soprattutto se ci si misura con la fiaba americana più popolare e citata della storia del cinema. E non basta a risollevare dal torpore lo spettatore cinefilo, l'omaggio a Edison e al grande potere illusorio (in senso buono) del cinema, che si dimostra più forte della magia cattiva delle streghe. In questo senso, tutto il film è un monumento al cinema come effetto speciale, dimenticando però che l'effetto più importante di tutti è sempre la forza della storia.
Il grande e potente Oz (Oz: The Great and Powerful, USA 2013)
Un film di Sam Raimi.
Con James Franco, Mila Kunis, Rachel Weisz, Michelle Williams, Zach Braff.
Durata 127 min.
Inutile e noioso prequel del celeberrimo Mago di Oz di Victor Fleming, firmato da un appannato Sam Raimi e interpretato da un cast che si candida come il più grande spreco di talenti degli ultimi anni. A Michelle Williams, Mila Kunis e Rachel Weisz (argh!) toccano i ruoli delle streghe (buone, cattive e così così), Zach Braff dà voce ad un'inquietante scimmia volante, James Franco invece incarna il personaggio del titolo. Purtroppo lui ha il carisma di un comò, ma questo non è il peggior difetto del film. La pellicola comincia – esattamente come Il Mago di Oz – con un lungo prologo in bianco e nero in formato 4:3, dove si presenta il protagonista. Bastavano forse cinque minuti, invece Raimi si dilunga una mezzora buona prima che il protagonista finisca nel Regno di Oz, patria del technicolor in formato panoramico. Un trucchetto innovativo nel 1939, un po' meno nel 2013. Se poi aggiungiamo che in quel prologo Judy Garland cantava "Over the Rainbow"…
Le scenografie di Robert Stromberg (quello di Avatar e Alice nel Paese delle Meraviglie) sono proprio quelle di Avatar e Alice nel Paese delle Meraviglie. La fotografia ultra satura di Peter Deming, che imita il technicolor dell'originale, provoca un senso di indigestione da caramelle. Potrebbe essere tutto molto bello, a prova di daltonico direi (e so di cosa parlo), se non fosse che la già esile storia fa acqua da tutte le parti. Va bene che è una favola, ma un minimo di solidità nella trama e nella costruzione dei personaggi ci vuole, soprattutto se ci si misura con la fiaba americana più popolare e citata della storia del cinema. E non basta a risollevare dal torpore lo spettatore cinefilo, l'omaggio a Edison e al grande potere illusorio (in senso buono) del cinema, che si dimostra più forte della magia cattiva delle streghe. In questo senso, tutto il film è un monumento al cinema come effetto speciale, dimenticando però che l'effetto più importante di tutti è sempre la forza della storia.
Il grande e potente Oz (Oz: The Great and Powerful, USA 2013)
Un film di Sam Raimi.
Con James Franco, Mila Kunis, Rachel Weisz, Michelle Williams, Zach Braff.
Durata 127 min.
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