La Terra sta diventando sempre più inospitale per l'uomo. Urge cercare una nuova casa. Per fortuna la Nasa, che tutti credevano ormai scomparsa, ha trovato il modo di raggiungere nuovi pianeti in un'altra galassia grazie ad un comodo wormhole dalle parti di Saturno.
L'ex-pilota Cooper - convertitosi all'agricoltura - lascia i figli per guidare la missione per trovare il mondo più adatto. Ma, come dice la legge di Murphy - ampiamente citata nel film - se qualcosa può andare storto, lo farà, e l'odissea di Cooper e compagni sembra diventare un drammatico viaggio di sola andata, finché…
Interstellar è un ambizioso film che miscela fantascienza e sentimenti, spiritualismo laico e teoria della relatività con grande abilità, dosando intimismo e tempi lenti con azzardate scommesse visionarie e grande spettacolarità. Il regista Christopher Nolan si lancia senza rete nella sfida quasi impossibile di rappresentare l'irrappresentabile come portare lo spettatore dentro uno scientificamente plausibile buco nero o in un tesseratto, un iper-cubo multidimensionale in cui il protagonista può interagire attraverso lo spazio e il tempo con l'amata figlia.
Presentato come una specie di nuovo 2001 - Odissea nello spazio, il film, per il rapporto padre-figlia e le tematiche filosofiche, sembra invece più vicino a Contact (con cui condivide lo stesso produttore, il consulente scientifico e l'attore protagonista McConaughey),
Molto ben riuscita è la prima parte con la Terra morente a causa di carestie e tempeste di sabbia (che rimanda al dust bowl degli anni della grande depressione), accurata e credibile la parte nello spazio (qui sì piuttosto kubrikiana), ansiogene e spettacolari le scene sui pianeti, un po' meno convincente invece la chiusura del cerchio narrativo con l'espediente del tesseratto dentro il buco nero.
Il film resta comunque uno dei migliori e rari esempi di hard science fiction degli ultimi anni, grazie all'attenzione alla plausibilità scientifica, mentre il giusto equilibrio tra sequenze d'azione e scene di grande coinvolgimento emotivo (una su tutte la commovente visione dei videomessaggi dalla Terra che restituiscono frammenti della vita dei figli), una sceneggiatura intelligente e un cast davvero stellare, lo rendono una delle più interessanti pellicole della stagione.
Un film imprenscindibile per gli amanti del genere e delle opere di Nolan, ma apprezzabile pure da chi magari non ama molto la fantascienza. Da vedere – assolutamente – al cinema.
Interstellar (USA, 2014)
Un film di Christopher Nolan.
Con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow.
Durata 169 min.
domenica 9 novembre 2014
martedì 4 novembre 2014
La Principessa che cadde sulla Terra
A pochi mesi dall'uscita in sala dell'ultimo capolavoro di Hayao Miyazaki, ecco un nuovo film targato Ghibli, firmato dall'altro socio fondatore del celebre studio giapponese, Isao Takahata. L'autore del cartone animato più triste del mondo (Una tomba per lucciole), ritorna con la sua personale rilettura di una fiaba nipponica. La Principessa del titolo (Kaguya in originale, cioè "Notte splendente"), magica creatura luminosa, viene trovata dentro un bambù dall'anziano Okina, che la alleverà insieme alla moglie come fosse sua figlia. Convinto della sua natura nobile farà di tutto per darle una vita degna di una dama di corte, strappandola alla semplice e felice vita delle montagne e costringendola a vivere tra gli sfarzi di un palazzo nella capitale. Ma tutto ciò finirà solo per rendere profondamente infelice la giovane Principessa, che finirà per desiderare di abbandonare la Terra per ritornare sulla Luna, da dove proviene.
Lontano anni-luce dal realismo dai film precedenti di Takahata, La Storia della Principessa Splendente è un film delicato e poetico, a partire da un'inedita scelta stilistica, che lo rende un raffinato acquerello animato, con i personaggi tratteggiati da eleganti morbidi segni di matita. Questo stile così particolare si adatta perfettamente alla storia e vira verso un segno quasi espressionista nei momenti più drammatici.
Molto distante dalle principesse Disney risulta la protagonista, al centro di una fiaba riletta in perfetto stile Ghibli: ancora una volta troviamo la storia di una bambina che diventa donna, di una ragazza che non appartiene a questo mondo ma che se ne innamora, e, di nuovo, c'è una grande attenzione alla natura, al ciclo delle stagioni, agli "uccelli, insetti e bestie", come dice la filastrocca leitmotiv del film. La Storia della Principessa Splendente tocca temi profondi in modo semplice e poetico, come la struggente nostalgia di un'infanzia povera ma felice, la perfetta comunione con la natura, la bellezza del mondo con tutti i suoi pregi e difetti, l'importanza delle passioni umane, preferibili alla fredda e distaccata vita lunare. Non è un film con un lieto fine, non è un film per bambini piccoli, è semplicemente un altro gioiello di quella magica fabbrica di sogni che è lo Studio Ghibli.
La Storia della Principessa Splendente (Kaguya-Hime no Monogatari, Giappone 2013)
Un film di Isao Takahata.
Animazione.
Durata: 137 min.
Lontano anni-luce dal realismo dai film precedenti di Takahata, La Storia della Principessa Splendente è un film delicato e poetico, a partire da un'inedita scelta stilistica, che lo rende un raffinato acquerello animato, con i personaggi tratteggiati da eleganti morbidi segni di matita. Questo stile così particolare si adatta perfettamente alla storia e vira verso un segno quasi espressionista nei momenti più drammatici.
Molto distante dalle principesse Disney risulta la protagonista, al centro di una fiaba riletta in perfetto stile Ghibli: ancora una volta troviamo la storia di una bambina che diventa donna, di una ragazza che non appartiene a questo mondo ma che se ne innamora, e, di nuovo, c'è una grande attenzione alla natura, al ciclo delle stagioni, agli "uccelli, insetti e bestie", come dice la filastrocca leitmotiv del film. La Storia della Principessa Splendente tocca temi profondi in modo semplice e poetico, come la struggente nostalgia di un'infanzia povera ma felice, la perfetta comunione con la natura, la bellezza del mondo con tutti i suoi pregi e difetti, l'importanza delle passioni umane, preferibili alla fredda e distaccata vita lunare. Non è un film con un lieto fine, non è un film per bambini piccoli, è semplicemente un altro gioiello di quella magica fabbrica di sogni che è lo Studio Ghibli.
La Storia della Principessa Splendente (Kaguya-Hime no Monogatari, Giappone 2013)
Un film di Isao Takahata.
Animazione.
Durata: 137 min.
domenica 14 settembre 2014
Una ventata di genio
Finalmente arriva in sala – e solo per pochi giorni – l'ultimo capolavoro di Hayao Miyazaki, ultimo in tutti i sensi, visto che il Maestro giapponese ha dichiarato di ritirarsi. Presentato l'anno scorso alla Biennale del Cinema di Venezia, Si alza il vento è il testamento artistico di Miyazaki, un'opera che racchiude molte delle sue passioni, a partire da quella arcinota per gli aerei d'epoca. Dopo alcune recenti opere dedicate al pubblico più giovane, Miyazaki realizza un biopic su di Jiro Horikoshi, l'ingegnere che creò i famigerati aerei da caccia Zero. La storia della sua vita è impreziosita da innumerevoli sequenze oniriche (dove il volo è protagonista) e da grandi momenti di poesia, con la consueta attenzione alla natura, con cieli impressionisti, l'alternarsi delle stagioni e una grande presenza del vento, quasi un co-protagonista del film. Jiro è un sognatore che finisce per creare strumenti di morte, ma l'amore per le macchine volanti è più grande.
Le vicende di Jiro s'intrecciano con la Storia (come nell'epica sequenza dedicata al terremoto del 1923), ma il Giappone fascista e imperialista di qualche anno dopo è lasciato un po' sullo sfondo. Il film si concentra maggiormente sulle vicende più intime del protagonista (uno dei più complessi e riusciti personaggi maschili di Miyazaki) e sulla struggente storia d'amore con Naoko.
Si alza il vento è un film coraggioso e sorprendente per l'equilibrio e la maturità con cui affronta contraddizioni apparentemente irrisolvibili, come quella tra il pacifismo di Jiro e il suo essere un ingranaggio importante della macchina da guerra giapponese. Grazie ad un uso intelligente degli onirici incontri del protagonista con l'ingegnere aeronautico Gianni Caproni, i più complessi conflitti interiori possono essere mostrati e compresi.
A scanso di equivoci, Si alza il vento comunque non mostra nessuna simpatia per militari e guerre, anzi sembra riflettere nel protagonista le stesse curiose contraddizioni dell'autore, pacifista dichiarato ma amante degli aerei da guerra, tanto da aver battezzato la sua casa di produzione con il nome di un aereo militare italiano degli anni Trenta, il Ghibli (realizzato proprio dalla ditta di Caproni). Il film, anzi, è uno splendido e indimenticabile inno alla vita di commovente bellezza, un film imperdibile per tutti i fan di Miyazaki e per chi ama il buon cinema. Ah, dimenticavo, è un capolavoro.
Si alza il vento (Kaze Tachinu, Giappone 2013)
Un film di Hayao Miyazaki.
Animazione
Durata 126 min.
Le vicende di Jiro s'intrecciano con la Storia (come nell'epica sequenza dedicata al terremoto del 1923), ma il Giappone fascista e imperialista di qualche anno dopo è lasciato un po' sullo sfondo. Il film si concentra maggiormente sulle vicende più intime del protagonista (uno dei più complessi e riusciti personaggi maschili di Miyazaki) e sulla struggente storia d'amore con Naoko.
Si alza il vento è un film coraggioso e sorprendente per l'equilibrio e la maturità con cui affronta contraddizioni apparentemente irrisolvibili, come quella tra il pacifismo di Jiro e il suo essere un ingranaggio importante della macchina da guerra giapponese. Grazie ad un uso intelligente degli onirici incontri del protagonista con l'ingegnere aeronautico Gianni Caproni, i più complessi conflitti interiori possono essere mostrati e compresi.
A scanso di equivoci, Si alza il vento comunque non mostra nessuna simpatia per militari e guerre, anzi sembra riflettere nel protagonista le stesse curiose contraddizioni dell'autore, pacifista dichiarato ma amante degli aerei da guerra, tanto da aver battezzato la sua casa di produzione con il nome di un aereo militare italiano degli anni Trenta, il Ghibli (realizzato proprio dalla ditta di Caproni). Il film, anzi, è uno splendido e indimenticabile inno alla vita di commovente bellezza, un film imperdibile per tutti i fan di Miyazaki e per chi ama il buon cinema. Ah, dimenticavo, è un capolavoro.
Si alza il vento (Kaze Tachinu, Giappone 2013)
Un film di Hayao Miyazaki.
Animazione
Durata 126 min.
venerdì 9 maggio 2014
C'era una volta un albergo
Le avventure di un direttore d'albergo d'altri tempi in una fantasiosa località alpina di villeggiatura dell'Europa centrale, raccontate dal suo erede: questa in estrema sintesi la trama delle esuberanti vicende narrate in Grand Budapest Hotel.
Vertiginosa messa in abisso di trama e inquadrature nel film più barocco e geometrico dell'anno: storie incorniciate dentro storie, come quadri di inestimabile valore che sono puro macguffin per dare il via ad un'avventurosa scorribanda tra generi cinematografici all'interno di un passato idealizzato, stilizzato come in un film europeo degli anni Trenta. L'omaggio è talmente scoperto che le vicende ambientate nel passato hanno il tipico formato 4:3 dell'epoca, mentre lo squallido presente da triste repubblica socialista anni Sessanta è a tutto schermo.
La rigorosa messa in scena e i movimenti di macchina precisi come un orologio svizzero (tipici di Anderson) potrebbero dare al film un aspetto un po' freddo, ma la pellicola è riscaldata dall'ottima alchimia degli interpreti, a partire dai protagonisti (l'ottimo Ralph Fiennes e il bravo e faccioso Tony Revolori). La leggerezza da commedia, che omaggia maestri come Lubitsch e Wilder (ma anche le comiche del muto), non fa del film un esile – per quanto godibile – esercizio di stile, ma serve a veicolare senza dare troppo dell'occhio temi più pesanti come l'accoglienza del diverso e una certa insofferenza per guerre e divise. Ovviamente Grand Budapest Hotel è anche un monumento alla poesia e all'arte di narrare, come si evince già dalla prima inquadratura con la statua all'Autore.
Non sono tra i più grandi estimatori di Anderson, ma ho apprezzato questa sua ultima opera per il perfetto equilibrio tra lo stile visivo (assolutamente strepitoso), l'ottima sceneggiatura e un cast (stellare) in grande spolvero. Diventerà probabilmente uno dei suoi film più popolari.
Grand Budapest Hotel (lThe Grand Budapest Hotel, USA 2014)
Un film di Wes Anderson.
Con Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori.
Durata 100 min.
Vertiginosa messa in abisso di trama e inquadrature nel film più barocco e geometrico dell'anno: storie incorniciate dentro storie, come quadri di inestimabile valore che sono puro macguffin per dare il via ad un'avventurosa scorribanda tra generi cinematografici all'interno di un passato idealizzato, stilizzato come in un film europeo degli anni Trenta. L'omaggio è talmente scoperto che le vicende ambientate nel passato hanno il tipico formato 4:3 dell'epoca, mentre lo squallido presente da triste repubblica socialista anni Sessanta è a tutto schermo.
La rigorosa messa in scena e i movimenti di macchina precisi come un orologio svizzero (tipici di Anderson) potrebbero dare al film un aspetto un po' freddo, ma la pellicola è riscaldata dall'ottima alchimia degli interpreti, a partire dai protagonisti (l'ottimo Ralph Fiennes e il bravo e faccioso Tony Revolori). La leggerezza da commedia, che omaggia maestri come Lubitsch e Wilder (ma anche le comiche del muto), non fa del film un esile – per quanto godibile – esercizio di stile, ma serve a veicolare senza dare troppo dell'occhio temi più pesanti come l'accoglienza del diverso e una certa insofferenza per guerre e divise. Ovviamente Grand Budapest Hotel è anche un monumento alla poesia e all'arte di narrare, come si evince già dalla prima inquadratura con la statua all'Autore.
Non sono tra i più grandi estimatori di Anderson, ma ho apprezzato questa sua ultima opera per il perfetto equilibrio tra lo stile visivo (assolutamente strepitoso), l'ottima sceneggiatura e un cast (stellare) in grande spolvero. Diventerà probabilmente uno dei suoi film più popolari.
Grand Budapest Hotel (lThe Grand Budapest Hotel, USA 2014)
Un film di Wes Anderson.
Con Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori.
Durata 100 min.
martedì 15 aprile 2014
Al mio segnale scatenate il diluvio
Sì, Noah (per gli amici Noè) è proprio lui, quello dell'arca, anche se la storia io me la ricordavo un po' diversa. Noah è un curioso kolossal biblico in salsa contemporanea, con una leggera spruzzata autoriale. Del resto il regista è l'eccentrico Aronofsky, che ne fa un fumettone barocco pieno zeppo di violenza epica ed effettoni speciali che neanche ne Il signore degli anelli 1, 2 e 3.
La vicenda è ambientata in un mondo barbaro e morente (reso bene dalle appropriate location islandesi) causa la malvagità sparsa dalla stirpe di Caino sulla Terra (nel film semplicemente "Uomini"), a cui il Creatore decide di mettere fine con una soluzione drastica e definitiva (nota come il "Diluvio"). Ma gli innocenti vanno salvati e dunque ecco il nostro eroe costruire una gigantesca arca – dal design di un brutto container – per imbarcare le coppie di tutti gli animali del creato. L'impresa causa qualche frizione con il re degli uomini, deciso a salire a bordo a tutti i costi. Segue bagno di sangue, visto che Noè è aiutato nell'impresa dai Vigilanti, angeli caduti trasformatisi in giganti rocciosi (questi sì dal bel character design, devo ammettere). L'autore si prende qualche libertà, soprattutto con i personaggi femminili (alcuni inventati di sana pianta), che hanno un peso ben maggiore che nel Testo originale (c'è una certa misoginia diffusa nell'Antico Testamento, da Eva in giù) e nel tratteggiare un Noè piuttosto inquietante, incarnato da un Russel Crowe in modalità psicopatico.
Il film mantiene le promesse, alternando scene intime sui tormenti di una fede cieca in un Dio vendicativo, a grandiosi momenti d'azione, pittoriche ed evocative inquadrature a time lapse estremi e vertiginosi. Tra capolavoro e kitsch d'autore.
Noah (USA 2014)
Un film di Darren Aronofsky.
Con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Emma Watson, Anthony Hopkins.
Durata 138 min.
La vicenda è ambientata in un mondo barbaro e morente (reso bene dalle appropriate location islandesi) causa la malvagità sparsa dalla stirpe di Caino sulla Terra (nel film semplicemente "Uomini"), a cui il Creatore decide di mettere fine con una soluzione drastica e definitiva (nota come il "Diluvio"). Ma gli innocenti vanno salvati e dunque ecco il nostro eroe costruire una gigantesca arca – dal design di un brutto container – per imbarcare le coppie di tutti gli animali del creato. L'impresa causa qualche frizione con il re degli uomini, deciso a salire a bordo a tutti i costi. Segue bagno di sangue, visto che Noè è aiutato nell'impresa dai Vigilanti, angeli caduti trasformatisi in giganti rocciosi (questi sì dal bel character design, devo ammettere). L'autore si prende qualche libertà, soprattutto con i personaggi femminili (alcuni inventati di sana pianta), che hanno un peso ben maggiore che nel Testo originale (c'è una certa misoginia diffusa nell'Antico Testamento, da Eva in giù) e nel tratteggiare un Noè piuttosto inquietante, incarnato da un Russel Crowe in modalità psicopatico.
Il film mantiene le promesse, alternando scene intime sui tormenti di una fede cieca in un Dio vendicativo, a grandiosi momenti d'azione, pittoriche ed evocative inquadrature a time lapse estremi e vertiginosi. Tra capolavoro e kitsch d'autore.
Noah (USA 2014)
Un film di Darren Aronofsky.
Con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Emma Watson, Anthony Hopkins.
Durata 138 min.
domenica 30 marzo 2014
Qualcosa di sinistro
Breve e utile documentario che racconta in modo efficace le traversie italiane della politica nel 2013 dal punto di vista di una coppia che vota a sinistra. What is left? rappresenta un nuovo arguto reportage sulle vicende italiane (dopo "Improvvisamente l'inverno scorso" e Italy: Love It, or Leave It) firmato da Luca Ragazzi & Gustav Hofer. Anche in questo film i due usano l'espediente di raccontare se stessi per allargare poi il campo alla società e alla politica. L'indagine viene svolta con la consueta intelligenza e grazia, senza l'aggressività di certi reporter televisivi ed evitando prese di posizione precostituite. Con un notevole coraggio – e un grande sense of humour – l'argomento affrontato è l'identità della sinistra ai giorni nostri, un tema da far tremare i polsi, soprattutto dopo le recenti vicende politiche italiane ai confini della realtà (e della democrazia).
Dentro What is left? c'è un anno vissuto pericolosamente, tra primarie del PD, tsunami grillini, rielezioni di presidenti ottuagenari, governi con coalizioni imprevedibili. Il tutto è inframmezzato da improbabili quiz televisivi ed esilaranti discussioni politiche tra Luca e Gustav (imperdibile la lettura del programma di Fabrizio Barca, perfetta la frecciata al M5S e la sua retorica dei cittadini: "Ce li ho nel palazzo, i cittadini, e non sono riusciti a cambiare il citofono in cinque anni.")
What is left? è un oggetto strano, in bilico tra fiction e realtà, che vuol essere un resoconto a futura memoria di questo ultimo anno, le cui vicende politiche sono già sottoposte a distorsioni e amnesie, come ricordato da Ragazzi, durante la presentazione del film a Trieste. E fa impressione vedere tutte in fila le cronache del 2013, così improbabili e già stranamente lontane.
L'impegnativa domanda del titolo (bellissimo doppio senso in inglese) non ha risposta, almeno in una delle sue accezioni, mentre è ben chiaro che molto della sinistra (storia, ideali, voti) è stato lasciato per strada in questo ultimo anno.
What is left? (Italia 2013)
Un film di Gustav Hofer, Luca Ragazzi.
Con Gustav Hofer, Luca Ragazzi, Lucia Mascino, Fabrizio Barca, Celeste Costantino, Alessandro Di Battista, Dario Franceschini
Durata 74 min.
Dentro What is left? c'è un anno vissuto pericolosamente, tra primarie del PD, tsunami grillini, rielezioni di presidenti ottuagenari, governi con coalizioni imprevedibili. Il tutto è inframmezzato da improbabili quiz televisivi ed esilaranti discussioni politiche tra Luca e Gustav (imperdibile la lettura del programma di Fabrizio Barca, perfetta la frecciata al M5S e la sua retorica dei cittadini: "Ce li ho nel palazzo, i cittadini, e non sono riusciti a cambiare il citofono in cinque anni.")
What is left? è un oggetto strano, in bilico tra fiction e realtà, che vuol essere un resoconto a futura memoria di questo ultimo anno, le cui vicende politiche sono già sottoposte a distorsioni e amnesie, come ricordato da Ragazzi, durante la presentazione del film a Trieste. E fa impressione vedere tutte in fila le cronache del 2013, così improbabili e già stranamente lontane.
L'impegnativa domanda del titolo (bellissimo doppio senso in inglese) non ha risposta, almeno in una delle sue accezioni, mentre è ben chiaro che molto della sinistra (storia, ideali, voti) è stato lasciato per strada in questo ultimo anno.
What is left? (Italia 2013)
Un film di Gustav Hofer, Luca Ragazzi.
Con Gustav Hofer, Luca Ragazzi, Lucia Mascino, Fabrizio Barca, Celeste Costantino, Alessandro Di Battista, Dario Franceschini
Durata 74 min.
lunedì 24 marzo 2014
Stasera mi butto
Londra, notte di San Silvestro. Quattro aspiranti suicidi si ritrovano casualmente in cima ad un grattacielo della city con l'intenzione di farla finita, ma questo incontro salverà (e cambierà) le loro vite.
L'incipit del film (e del libro di Hornby da cui è tratto) è la sua parte migliore. L'idea di riunire quattro perfetti sconosciuti, molto diversi tra loro, e trasformarli in un bizzarro gruppo di auto-aiuto è lo spunto più originale di Non buttiamoci giù. La narrazione a più voci del romanzo viene mantenuta, ma nel film alla fine si perde, forse a causa di una sceneggiatura un po' distratta e piena di buchi. Il cast del quartetto è buono anche se un po' scontato: Pierce Brosnan è l'uomo di successo che ha perso tutto per uno scandalo sessuale, Toni Collette è la dimessa casalinga con un figlio immobilizzato a letto, Aaron Paul il rocker fallito che consegna pizze, Imogen Poots la giovane figlia ribelle di un noto politico. Dopo un inizio promettente, con accenni di humour nero, la pellicola si smonta, proseguendo in maniera confusa – indecisa tra dramma e commedia – verso un debole finale con tanto di sbiadito happy end.
Anche se questo non è uno dei migliori romanzi di Hornby, la messa in scena senza guizzi di Chaumeil (che proviene dalla factory di Besson) rende il tutto ancora più monocorde. A volte da un libro mediocre si può ricavare un buon film. Non è questo il caso. Quasi obbligatorio recuperare Alta fedeltà e About a boy, gli addattamenti più riusciti da Hornby, per rifarsi un po' la bocca.
Non buttiamoci giù (A Long Way Down, Gran Bretagna 2013)
Un film di Pascal Chaumeil.
Con Pierce Brosnan, Toni Collette, Aaron Paul, Imogen Poots, Rosamund Pike.
Durata 96 min.
L'incipit del film (e del libro di Hornby da cui è tratto) è la sua parte migliore. L'idea di riunire quattro perfetti sconosciuti, molto diversi tra loro, e trasformarli in un bizzarro gruppo di auto-aiuto è lo spunto più originale di Non buttiamoci giù. La narrazione a più voci del romanzo viene mantenuta, ma nel film alla fine si perde, forse a causa di una sceneggiatura un po' distratta e piena di buchi. Il cast del quartetto è buono anche se un po' scontato: Pierce Brosnan è l'uomo di successo che ha perso tutto per uno scandalo sessuale, Toni Collette è la dimessa casalinga con un figlio immobilizzato a letto, Aaron Paul il rocker fallito che consegna pizze, Imogen Poots la giovane figlia ribelle di un noto politico. Dopo un inizio promettente, con accenni di humour nero, la pellicola si smonta, proseguendo in maniera confusa – indecisa tra dramma e commedia – verso un debole finale con tanto di sbiadito happy end.
Anche se questo non è uno dei migliori romanzi di Hornby, la messa in scena senza guizzi di Chaumeil (che proviene dalla factory di Besson) rende il tutto ancora più monocorde. A volte da un libro mediocre si può ricavare un buon film. Non è questo il caso. Quasi obbligatorio recuperare Alta fedeltà e About a boy, gli addattamenti più riusciti da Hornby, per rifarsi un po' la bocca.
Non buttiamoci giù (A Long Way Down, Gran Bretagna 2013)
Un film di Pascal Chaumeil.
Con Pierce Brosnan, Toni Collette, Aaron Paul, Imogen Poots, Rosamund Pike.
Durata 96 min.
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