Una scienziata alla sua prima missione e un astronauta veterano finiscono dispersi nello spazio a causa di un incidente. Lotteranno contro il tempo per trovare un modo per ritornare sulla Terra. Difficile dire di più senza fare degli spoiler. Vediamo se ci riesco…
Gravity è uno strano oggetto filmico, un ibrido tra un piccolo film d'autore e la mega-produzione hollywoodiana. Cast ed effetti stellari a prima vista fanno pendere la bilancia su quest'ultimo aspetto del film. Ma l'essenzialità della trama, la scarsità di personaggi (due), il suo carattere altamente "umanistico", i tempi lunghi e il controllo pressoché totale sul film di Alfonso Cuarón (regia, sceneggiatura, produzione, montaggio), mi suggeriscono che si tratti di un film molto particolare, personale, quasi autoriale, appunto.
La messa in scena è straordinariamente realistica e verosimile, spettacolare soprattutto per l'ambientazione estrema, che è parte integrante della pellicola. Il film ci porta in luoghi lontani dalla nostra quotidiana esperienza, ma esistenti. Satelliti, stazioni spaziali, shuttle e capsule di salvataggio sono là che orbitano sopra le nostre teste. Non sono le navicelle ordinate, asettiche e iper-tecnologiche a cui film di fantascienza ci hanno abituato. Sembrano più dei fragilissimi barattoli di latta, disordinati e poco glamour. Perché Gravity non è un film di fantascienza, è semplicemente un film ambientato nel cosmo, che immagina un naufragio spaziale, con due dispersi che cercano una scialuppa di salvataggio a gravità zero.
L'autore riesce a mantenere viva la tensione per tutto il tempo, realizzando un film coinvolgente – non solo per un ineccepibile 3D – grazie all'interpretazione perfetta di una sorprendente Sandra Bullock, sottoposta ad un vero tour de force fisico (deve simulare per tutto il film l'assenza di gravità). Il suo personaggio si trova a lottare per sopravvivere, ma prima dovrà ritrovare la voglia di vivere, per vincere le avversità e sperare di tornare a casa.
Gravity è un film visivamente stupendo, che mescola la sapientemente grandiosità dell'ambientazione con le intime pene di una donna sola, che cerca di superare un terribile lutto e di riconciliarsi con il mondo, quello stesso mondo che scorre silenzioso e maestoso sotto/sopra di lei. Un film intelligente e spettacolare, come è raro trovare di questi tempi. Da gustare rigorosamente al cinema.
Gravity (USA / Gran Bretagna, 2013)
Un film di Alfonso Cuarón.
Con Sandra Bullock, George Clooney, Ed Harris, Orto Ignatiussen, Phaldut Sharma.
Durata 92 min.
domenica 6 ottobre 2013
martedì 1 ottobre 2013
Il circuito della vita
Rush racconta l'epica sfida tra Lauda e Hunt sui circuiti della Formula 1 nella seconda metà degli anni Settanta, uno scontro tra due stili di vita e di guida. Doppia biografia intrecciata dei due piloti, le cui vite avranno esiti molto diversi.
Il film di Ron Howard, sostenuto dall'ottima e solida sceneggiatura di Peter Morgan (quello di Frost/Nixon e The Queen), non è solo un omaggio ad uno degli sport più cinematografici che si possano immaginare, ma anche la cronaca appassionata di uno scontro tra due campioni dai caratteri diametralmente opposti. Hunt è un simpatico sbruffone, bello e fascinoso, spericolato nella vita e in pista, vive alla giornata, gareggia sfidando la morte e vuole godersi fino in fondo tutti i frutti che la fama e la ricchezza gli porta. Lauda è arrogante e antipatico, un freddo calcolatore, ma determinato e competente, dalla vita seria e (quasi) noiosa. Entrambi pecore nere di famiglie ricche, hanno due stili di vita speculari e due modi opposti di intendere lo sport, ma in fondo sono due campioni che si ammirano e si rispettano a vicenda.
Il film racconta la loro rivalità dalle prime prove in Formula 3 sino al drammatico campionato del 1976, durante il quale duelleranno fino alla fine. Quella stagione viene ricordata anche per il terribile incidente a Lauda e dalla sua incredibile "resurrezione", che il regista mette in scena in modo crudo e realistico, mostrandoci di che pasta è fatto quell'austriaco testardo.
La messa in scena impeccabile ci porta in un'epoca lontana, dove i piloti rischiavano veramente la vita ad ogni corsa, ci trascina nell'abitacolo delle monoposto, con riprese impossibili a quei tempi, e con un coinvolgimento tale che pare di sentire l'odore di benzina.
Quel bisteccone di Chris Hemsworth dà corpo – e che corpo, le signore ringraziano per la generosità con cui lo espone – ad un credibile Hunt, mostrando doti attoriali che superano il menar il martello di Thor, mentre il bravo è Daniel Brüh, con muso da topo e volto perennemente imbronciato, è un Lauda simpaticamente sgradevole e geniale.
Rush, nella miglior tradizione di Howard, è un film non particolarmente innovativo, ma è appassionante, ben girato e molto divertente. Piacerà a tutti, anche a chi non importa un fico secco della F1, perché parla di come gli uomini possono affrontare la vita e la morte.
Rush (USA, Gran Bretagna, Germania 2013)
Un film di Ron Howard.
Con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino.
Durata 123 min.
Il film di Ron Howard, sostenuto dall'ottima e solida sceneggiatura di Peter Morgan (quello di Frost/Nixon e The Queen), non è solo un omaggio ad uno degli sport più cinematografici che si possano immaginare, ma anche la cronaca appassionata di uno scontro tra due campioni dai caratteri diametralmente opposti. Hunt è un simpatico sbruffone, bello e fascinoso, spericolato nella vita e in pista, vive alla giornata, gareggia sfidando la morte e vuole godersi fino in fondo tutti i frutti che la fama e la ricchezza gli porta. Lauda è arrogante e antipatico, un freddo calcolatore, ma determinato e competente, dalla vita seria e (quasi) noiosa. Entrambi pecore nere di famiglie ricche, hanno due stili di vita speculari e due modi opposti di intendere lo sport, ma in fondo sono due campioni che si ammirano e si rispettano a vicenda.
Il film racconta la loro rivalità dalle prime prove in Formula 3 sino al drammatico campionato del 1976, durante il quale duelleranno fino alla fine. Quella stagione viene ricordata anche per il terribile incidente a Lauda e dalla sua incredibile "resurrezione", che il regista mette in scena in modo crudo e realistico, mostrandoci di che pasta è fatto quell'austriaco testardo.
La messa in scena impeccabile ci porta in un'epoca lontana, dove i piloti rischiavano veramente la vita ad ogni corsa, ci trascina nell'abitacolo delle monoposto, con riprese impossibili a quei tempi, e con un coinvolgimento tale che pare di sentire l'odore di benzina.
Quel bisteccone di Chris Hemsworth dà corpo – e che corpo, le signore ringraziano per la generosità con cui lo espone – ad un credibile Hunt, mostrando doti attoriali che superano il menar il martello di Thor, mentre il bravo è Daniel Brüh, con muso da topo e volto perennemente imbronciato, è un Lauda simpaticamente sgradevole e geniale.
Rush, nella miglior tradizione di Howard, è un film non particolarmente innovativo, ma è appassionante, ben girato e molto divertente. Piacerà a tutti, anche a chi non importa un fico secco della F1, perché parla di come gli uomini possono affrontare la vita e la morte.
Rush (USA, Gran Bretagna, Germania 2013)
Un film di Ron Howard.
Con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino.
Durata 123 min.
giovedì 11 luglio 2013
Pazzo vecchio West
Un avvocato non-violento e imbranato ritorna al suo paese natale nel selvaggio West, ormai raggiunto dal progresso e dalla ferrovia, che ha portato con sé anche avidità e violenza. Dopo l'assassinio del fratello ranger, diventerà un giustiziere mascherato, grazie all'aiuto di un indiano matto ma pieno di risorse.
Il trio dei Pirati (Depp, Verbinski e Bruckheimer) colpisce ancora, con questa versione survoltata del mitico personaggio western creato negli anni Trenta. Dopo l'eccentrico film d'animazione Rango, Verbinsky torna nel West con personaggi in carne e ossa che si lanciano in spericolate acrobazie come fossero dei cartoni animati. Il film è un riuscito mix di comicità e azione, supportato dalla classica coppia mal assortita che genera gag a ripetizione. Armie Hammer ripropone il ruolo dell'eroe tontolone (come il principe di Biancaneve), mentre Depp si maschera da indiano schizzato, aggiungendo un nuovo personaggio esagerato alla sua nutrita collezione, ed è uno dei migliori – direi – dopo quello di Jack Sparrow. Il suo Tonto dalle movenze chapliniane, intento a nutrire il suo corvo morto in testa o a parlare com i cavalli, è il vero protagonista del film. Voce narrante delle avventure di Lone Ranger, tiene insieme la trama del film giustificando le inesattezze e stravaganze con la suo racconto ondivago e inaffidabile.
Verbinski stipa il film di luoghi comuni sul West nonché di alcune stravaganze (le lepri mannare, le ferrovie da lunapark). Racconta le vicende del giustiziere mascherato con molta ironia, senza trasformare però il film in una parodia del western. The Lone Ranger è pieno di gag fisiche e catastrofiche, con protagoniste le locomotive, scene che hanno un forte debito con i film di Buster Keaton, mentre lo score di Hans Zimmer strizza l'occhio a Morricone, soprattutto nell'uso del breve tema al flauto che sottolinea comicamente alcune azioni di Tonto.
Sotto le apparenze di un film leggero per bambini, la sceneggiatura infila temi pesanti come la critica al feroce capitalismo che stermina i nativi e viola la natura. Con una metafora – neanche tanto velata – ci mostra che il liberismo spinto va a braccetto con la criminalità: lo spietato bandito e il costruttore senza scrupoli della ferrovia sono infatti fratelli. Un film dunque che può essere apprezzato anche dal pubblico adulto e che, nonostante la lunghezza, fila via liscio come una locomotiva giù da un ponte.
The Lone Ranger (USA, 2013)
Un film di Gore Verbinski.
Con Armie Hammer, Johnny Depp, Ruth Wilson, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter
Durata 135 min.
Il trio dei Pirati (Depp, Verbinski e Bruckheimer) colpisce ancora, con questa versione survoltata del mitico personaggio western creato negli anni Trenta. Dopo l'eccentrico film d'animazione Rango, Verbinsky torna nel West con personaggi in carne e ossa che si lanciano in spericolate acrobazie come fossero dei cartoni animati. Il film è un riuscito mix di comicità e azione, supportato dalla classica coppia mal assortita che genera gag a ripetizione. Armie Hammer ripropone il ruolo dell'eroe tontolone (come il principe di Biancaneve), mentre Depp si maschera da indiano schizzato, aggiungendo un nuovo personaggio esagerato alla sua nutrita collezione, ed è uno dei migliori – direi – dopo quello di Jack Sparrow. Il suo Tonto dalle movenze chapliniane, intento a nutrire il suo corvo morto in testa o a parlare com i cavalli, è il vero protagonista del film. Voce narrante delle avventure di Lone Ranger, tiene insieme la trama del film giustificando le inesattezze e stravaganze con la suo racconto ondivago e inaffidabile.
Verbinski stipa il film di luoghi comuni sul West nonché di alcune stravaganze (le lepri mannare, le ferrovie da lunapark). Racconta le vicende del giustiziere mascherato con molta ironia, senza trasformare però il film in una parodia del western. The Lone Ranger è pieno di gag fisiche e catastrofiche, con protagoniste le locomotive, scene che hanno un forte debito con i film di Buster Keaton, mentre lo score di Hans Zimmer strizza l'occhio a Morricone, soprattutto nell'uso del breve tema al flauto che sottolinea comicamente alcune azioni di Tonto.
Sotto le apparenze di un film leggero per bambini, la sceneggiatura infila temi pesanti come la critica al feroce capitalismo che stermina i nativi e viola la natura. Con una metafora – neanche tanto velata – ci mostra che il liberismo spinto va a braccetto con la criminalità: lo spietato bandito e il costruttore senza scrupoli della ferrovia sono infatti fratelli. Un film dunque che può essere apprezzato anche dal pubblico adulto e che, nonostante la lunghezza, fila via liscio come una locomotiva giù da un ponte.
The Lone Ranger (USA, 2013)
Un film di Gore Verbinski.
Con Armie Hammer, Johnny Depp, Ruth Wilson, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter
Durata 135 min.
sabato 29 giugno 2013
Palle d'acciaio
Kal-El neonato viene spedito sulla Terra da Russel Crowe prima che Krypton si disintegri. Finirà in Kansas allevato da Kevin Kostner, crescendo come un disadattato a causa dei suoi inusitati poteri. Un viaggio verso i ghiacci del nord gli farà scoprire la sua vera natura e capirà qual è la sua missione. L'arrivo di alcuni kryptoniani criminali lo metterà a dura prova.
Lasciando da parte ogni polemica sul dilagare di remake e reboot a Hollywood (l'ultimo Superman è del 2006), mi concentrerei sull'estetica della meraviglia portata all'eccesso, presente in questo film, ma anche in molte pellicole degli ultimi tempi (vedi l'ultimo Star Trek). Un'estetica possibile e sostenuta dal reparto effetti speciali, che ormai possono tutto. Perciò sono un'arma micidiale in mano a registi dal polso debole o dal dubbio talento. Sulla carta L'uomo d'acciaio era un progetto interessante: soggetto e sceneggiatura dei creatori della più recente saga di Batman (Goyer e Nolan), con una riscrittura più attuale e adulta di Superman (nome che viene pronunciato solo una volta in tutto il film), un regista dalla produzione altalenante ma con qualche film interessante al suo attivo. Il risultato è piuttosto deludente. Il film inizia con un lungo prologo su Krypton, con un'ambientazione un po' alla Avatar e un po' retrò (astronavi organiche, visori in 3D metallico, bestie volanti, costumi medioevali) per continuare sulla Terra con il viaggio di Clark Kent per scoprire se stesso. Questa parte del film è quella migliore, costruita con flashback sulla difficile infanzia a Smallville, dove il protagonista fa i conti con la sua diversità, si confronta con gli amorevoli genitori adottivi e incontra la giornalista Lois Lane. Poi arrivano i cattivi, capitanati da un ossessivo e spiritato Michael Shannon, e il film diventa un'interminabile, noiosa sequela di scontri e distruzioni catastrofiche, senza un minimo di spirito epico o senso della misura. Un vandalismo digitale ipertrofico e imbarazzante che affossa il film, facendo dimenticare i pochi pregi della riscrittura di questo personaggio, come la rilettura cristiana della sua venuta sulla Terra, il rapporto con i due padri e il cammino che egli intraprende per la salvezza del mondo. Occasione sprecata.
L'uomo d'acciaio (Man of Steel, USA/Canada/Gran Bretagna, 2013)
Un film di Zack Snyder.
Con Henry Cavill, Amy Adams, Michael Shannon, Kevin Costner, Diane Lane, Russel Crowe
Durata 143 min.
Lasciando da parte ogni polemica sul dilagare di remake e reboot a Hollywood (l'ultimo Superman è del 2006), mi concentrerei sull'estetica della meraviglia portata all'eccesso, presente in questo film, ma anche in molte pellicole degli ultimi tempi (vedi l'ultimo Star Trek). Un'estetica possibile e sostenuta dal reparto effetti speciali, che ormai possono tutto. Perciò sono un'arma micidiale in mano a registi dal polso debole o dal dubbio talento. Sulla carta L'uomo d'acciaio era un progetto interessante: soggetto e sceneggiatura dei creatori della più recente saga di Batman (Goyer e Nolan), con una riscrittura più attuale e adulta di Superman (nome che viene pronunciato solo una volta in tutto il film), un regista dalla produzione altalenante ma con qualche film interessante al suo attivo. Il risultato è piuttosto deludente. Il film inizia con un lungo prologo su Krypton, con un'ambientazione un po' alla Avatar e un po' retrò (astronavi organiche, visori in 3D metallico, bestie volanti, costumi medioevali) per continuare sulla Terra con il viaggio di Clark Kent per scoprire se stesso. Questa parte del film è quella migliore, costruita con flashback sulla difficile infanzia a Smallville, dove il protagonista fa i conti con la sua diversità, si confronta con gli amorevoli genitori adottivi e incontra la giornalista Lois Lane. Poi arrivano i cattivi, capitanati da un ossessivo e spiritato Michael Shannon, e il film diventa un'interminabile, noiosa sequela di scontri e distruzioni catastrofiche, senza un minimo di spirito epico o senso della misura. Un vandalismo digitale ipertrofico e imbarazzante che affossa il film, facendo dimenticare i pochi pregi della riscrittura di questo personaggio, come la rilettura cristiana della sua venuta sulla Terra, il rapporto con i due padri e il cammino che egli intraprende per la salvezza del mondo. Occasione sprecata.
L'uomo d'acciaio (Man of Steel, USA/Canada/Gran Bretagna, 2013)
Un film di Zack Snyder.
Con Henry Cavill, Amy Adams, Michael Shannon, Kevin Costner, Diane Lane, Russel Crowe
Durata 143 min.
lunedì 24 giugno 2013
Salti nel buio
Dove si può mandare un vulcaniano? Dentro un vulcano, ovviamente. J.J. Abrams e i suoi simpatici sceneggiatori stanno ancora ridendo della trovata… ma questo è solo il prologo.
La flotta stellare è sotto attacco. La minaccia contro cui si trovano a lottare il capitano Kirk e il suo equipaggio è più insidiosa del solito, perché arriva dal lato oscuro dell'animo umano, sempre pronto ad una nuova guerra. Il tema, interessante e fecondo di sviluppi interessanti, viene svolto nel consueto modo esagerato, continuando la linea dettata dal primo episodio. Perciò super cattivi, super effetti e disastri uno via l'altro. Ci vuole ben più che la sospensione dell'incredulità per assistere a questo film, per altro confezionato benissimo e con gran profusione di dollari. Con la regia turbo di Abrams non ci si annoia mai, ma forse un po' meno roba da disintegrare e qualche battuta in più a Spock non guastava. Sto diventando vecchio? Può essere. Però, pur con tutta la sua spettacolarità esagerata, il primo episodio conteneva elementi di trama più interessanti e originali, che qui vengono sacrificati nella interminabile baraonda di scene d'azione ben oltre i confini della verosimiglianza. Dai creatori delle trame cervellotiche di Lost e Fringe mi aspettavo qualche guizzo d'intelligenza in più.
Zachary Quinto è un impeccabile Spock, perfetto quando mantiene la sua comica imperturbabilità, un po' meno quando si arrabbia. Il cattivo di turno è l'ottimo Benedict Cumberbatch, purtroppo usato al di sotto delle sue capacità, mentre il redivivo Peter Weller è l'ambiguo e pericoloso ammiraglio Marcus.
Colpone di scena nel pre-finale ma con soluzione telefonata (anzi teletrasportata). Classico pop-corn a cui si assiste tra il divertito e lo stordito. Astenersi amanti film lenti e contemplativi.
Star Trek Into Darkness (USA, 2012)
Un film di J.J. Abrams.
Con John Cho, Benedict Cumberbatch, Alice Eve, Bruce Greenwood, Simon Pegg, Chris Pine, Zoe Saldana, Zachary Quinto, Karl Urban, Peter Weller, Anton Yelchin.
Durata 132 min.
La flotta stellare è sotto attacco. La minaccia contro cui si trovano a lottare il capitano Kirk e il suo equipaggio è più insidiosa del solito, perché arriva dal lato oscuro dell'animo umano, sempre pronto ad una nuova guerra. Il tema, interessante e fecondo di sviluppi interessanti, viene svolto nel consueto modo esagerato, continuando la linea dettata dal primo episodio. Perciò super cattivi, super effetti e disastri uno via l'altro. Ci vuole ben più che la sospensione dell'incredulità per assistere a questo film, per altro confezionato benissimo e con gran profusione di dollari. Con la regia turbo di Abrams non ci si annoia mai, ma forse un po' meno roba da disintegrare e qualche battuta in più a Spock non guastava. Sto diventando vecchio? Può essere. Però, pur con tutta la sua spettacolarità esagerata, il primo episodio conteneva elementi di trama più interessanti e originali, che qui vengono sacrificati nella interminabile baraonda di scene d'azione ben oltre i confini della verosimiglianza. Dai creatori delle trame cervellotiche di Lost e Fringe mi aspettavo qualche guizzo d'intelligenza in più.
Zachary Quinto è un impeccabile Spock, perfetto quando mantiene la sua comica imperturbabilità, un po' meno quando si arrabbia. Il cattivo di turno è l'ottimo Benedict Cumberbatch, purtroppo usato al di sotto delle sue capacità, mentre il redivivo Peter Weller è l'ambiguo e pericoloso ammiraglio Marcus.
Colpone di scena nel pre-finale ma con soluzione telefonata (anzi teletrasportata). Classico pop-corn a cui si assiste tra il divertito e lo stordito. Astenersi amanti film lenti e contemplativi.
Star Trek Into Darkness (USA, 2012)
Un film di J.J. Abrams.
Con John Cho, Benedict Cumberbatch, Alice Eve, Bruce Greenwood, Simon Pegg, Chris Pine, Zoe Saldana, Zachary Quinto, Karl Urban, Peter Weller, Anton Yelchin.
Durata 132 min.
mercoledì 5 giugno 2013
Il grande nulla
Jep Gambardella (Toni Servillo), autore di un unico romanzo in gioventù, divenuto giornalista e re della mondanità romana, spende la sua vita tra party caciaroni, happening artistici, funerali e matrimoni, attraversando come un sonnambulo una Roma di dolente bellezza. Indossando una maschera di amara disillusione, incontra nel suo vagare nani e ballerine, artisti cialtroni e stripteuse attempate, cardinali mondani e sante mummificate, in un girovagare che, come i trenini che ama fare nelle sue feste, non porta da nessuna parte.
La grande bellezza è un film ondivago, come il suo protagonista, e senza una vera trama, un elemento che interessa poco al regista (e che era già stato in gran parte sacrificato nel precedente This must be the place). Unico filo che lega episodi e personaggi è lo sguardo del protagonista e il suo monologo interiore. Ne esce un film affastellato di roba, roba di buona qualità, ma che nell'insieme sembra ammassata un po' a caso, anche se così non è. Nel film ci sono spunti e idee per una decina di film, personaggi appena abbozzati che meriterebbero una pellicola tutta per loro (ad esempio Ramona, egregiamente interpretata da Sabrina Ferilli), brillanti grezzi che intravediamo in una miniera senza fine, dove viaggiamo su un trenino senza freni. Il film è un ritratto – forse un po' troppo estetizzante – dell'Italia in putrefazione di oggi, almeno di certa Italia, quella che balla mentre la nave affonda. Non è un caso che in una scena appaia il relitto della Costa Concordia, elegantemente reclinata nell'azzurro del mare, bella ma morta.
La grande bellezza è un film sul nulla e forse per questo sembra così inconsistente (è indicativo di un intento progettuale del regista che il protagonista ricordi come Flaubert progettasse un romanzo sul nulla). Ma a ben vedere mena fendenti a destra e a manca. Ce n'è per tutti: artisti velleitari, finti intellettuali che "grondano impegno sociale", cardinali senza fede ma con molte ricette, dive della tv sfatte, nobili a noleggio. Grande assente solo il mondo della politica, ma c'è tutta la società che ha creato e sostenuto quel mondo.
Un film dunque solo apparentemente irrisolto, che invece è ricco di spunti di riflessione, di personaggi affascinanti e facce giuste, girato con il consueto virtuosismo in una Roma di abbagliante bellezza, pieno di momenti di poesia senza essere stucchevole, spruzzato di surrealismo senza diventare felliniano (l'ombra de La dolce vita aleggia lieve). Un film da guardare con gli occhi bene aperti.
La grande bellezza (Italia / Francia, 2013)
Un film di Paolo Sorrentino.
Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi.
Durata 150 min.
domenica 19 maggio 2013
Gatsby l'esagerato
Nick Carraway, giovane aspirante scrittore giunto a New York nel 1922 e finito a lavorare nella finanza, ci racconta la storia di Gatsby, misterioso e ricchissimo personaggio, suo vicino di casa. Nick aiuterà Gatsby a incontrare Daisy, il primo indimenticato amore, moglie infelice di Tom Buchanan. Chi ha letto il libro di Scott Fitzgerald sa come va a finire.
Baz Luhrmann rilegge a modo suo il celebre romanzo, restituendoci una versione all'insegna dell'esagerazione visiva, con movimenti di macchina iperbolici, scenografie straripanti, inquadrature stipate all'inverosimile, colori saturi e colonna sonora che spazia dal sinfonico struggente all'hip pop, frullando elettronica e fox-trot. Dopo mezz'ora ha già esaurito il budget di tre film italiani. Insomma tutto quello che ci si aspetta da un film marchiato Luhrmann. Ma il suo stile è ormai maniera e sembra che lui voglia adattarlo a tutto e forse questa è la colpa più grave del film, che ha irritato più di un critico a Cannes. A parte questo aspetto, il film risulta assolutamente godibile per chi digerisce la cucina speziata del regista australiano.
Sostenuto da un cast perfetto, Il Grande Gatsby coinvolge lo spettatore nelle vicende sentimentali del protagonista, trovando i momenti migliori nelle scene in cui la bravura degli attori emerge sulla trasbordante messa in scena. DiCaprio calza in modo naturale i panni dell'affascinante e complesso personaggio di Gatsby, mentre Carey Mulligan è un'eterea quanto fatua Daisy, perfetta incarnazione dell'allucinazione amorosa di cui il protagonista è vittima.
Più interessato alle feste faraoniche, alla luccicante superficie degli Anni Ruggenti, Luhrmann tralascia i temi più caldi del romanzo, come lo smascheramento dal falso mito del sogno americano, di cui Gatsby è interprete romantico e perdente, la feroce disugualianza sociale in un'epoca di incontrollato sviluppo e di folle corsa verso il baratro della Grande Depressione. Nessun aggancio ai nostri giorni, nessun pensiero troppo profondo, solo una mirabolante sarabanda poco adatta a questa storia.
Il Grande Gatsby (The Great Gatsby, Australia / USA, 2013)
Un film di Baz Luhrmann.
Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher.
Durata 142 min.
Baz Luhrmann rilegge a modo suo il celebre romanzo, restituendoci una versione all'insegna dell'esagerazione visiva, con movimenti di macchina iperbolici, scenografie straripanti, inquadrature stipate all'inverosimile, colori saturi e colonna sonora che spazia dal sinfonico struggente all'hip pop, frullando elettronica e fox-trot. Dopo mezz'ora ha già esaurito il budget di tre film italiani. Insomma tutto quello che ci si aspetta da un film marchiato Luhrmann. Ma il suo stile è ormai maniera e sembra che lui voglia adattarlo a tutto e forse questa è la colpa più grave del film, che ha irritato più di un critico a Cannes. A parte questo aspetto, il film risulta assolutamente godibile per chi digerisce la cucina speziata del regista australiano.
Sostenuto da un cast perfetto, Il Grande Gatsby coinvolge lo spettatore nelle vicende sentimentali del protagonista, trovando i momenti migliori nelle scene in cui la bravura degli attori emerge sulla trasbordante messa in scena. DiCaprio calza in modo naturale i panni dell'affascinante e complesso personaggio di Gatsby, mentre Carey Mulligan è un'eterea quanto fatua Daisy, perfetta incarnazione dell'allucinazione amorosa di cui il protagonista è vittima.
Più interessato alle feste faraoniche, alla luccicante superficie degli Anni Ruggenti, Luhrmann tralascia i temi più caldi del romanzo, come lo smascheramento dal falso mito del sogno americano, di cui Gatsby è interprete romantico e perdente, la feroce disugualianza sociale in un'epoca di incontrollato sviluppo e di folle corsa verso il baratro della Grande Depressione. Nessun aggancio ai nostri giorni, nessun pensiero troppo profondo, solo una mirabolante sarabanda poco adatta a questa storia.
Il Grande Gatsby (The Great Gatsby, Australia / USA, 2013)
Un film di Baz Luhrmann.
Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher.
Durata 142 min.
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