Walter Mitty, timido addetto all'archivio negativi di Life, è un sognatore che sfugge alla realtà quotidiana con folli fughe immaginarie, finché un giorno, a causa di una foto perduta, finirà in una serie di spericolate avventure ai confini del mondo.
Remake dell'omonimo film con Danny Kaye del 1947, questa versione aggiorna sogni e avventure dell'impiegato vessato da tutti, cercando di accontentare anche il pubblico più giovane con mirabolanti sequenze da film di supereroi o di catastrofi, che sono però la parte meno interessante del film. La versione di Ben Stiller (qui nel doppio impegno di attore protagonista e regista) è raffinata, romantica e un po' demodé, come il fotografo mitizzato dal protagonista (Sean Penn), che usa ancora la pellicola e non ha un cellulare. Il MacGuffin che dà il la a tutte le avventure "vere" e sempre più folli di Mitty è proprio un (anacronistico) negativo perduto, che il protagonista cerca in giro per il mondo sulle tracce del fotografo. Su questo plot si innesta il tema della fine della stampa tradizionale e dell'avvento del mondo digitale, nonché delle brutali "ristrutturazioni" societarie con conseguenti licenziamenti indiscriminati.
Come regista Stiller non lesina sulla spettacolarità, ma ci sorprende pure con eleganti dissolvenze incrociate o con ben congegnate sequenze come quella splendida costruita sul brano Space Oddity. Come attore invece Stiller è più misurato, incarnando in modo efficace un Walter Mitty timido ma non sottomesso, sognatore ma non imbranato. Pur non essendo un film comico, I sogni segreti di Walter Mitty ci regala qualche scena molto divertente (la parodia di Benjamin Button o la scena del tuffo nell'Atlantico), ma qui la vena malinconica e romantica prevale su quella ridanciana e dissacrante presente nell'ottimo Tropic Thunder, precedente film del regista.
Meno originale del cult Zoolander – o del sopraccitato Tropic Thunder – I sogni segreti di Walter Mitty resta comunque un godibile film d'avventura, con una splendida fotografia, effetti speciali quanto basta e un bel finale buonista. Il classico film natalizio senza grandi pretese.
I sogni segreti di Walter Mitty (The Secret Life of Walter Mitty, USA 2013)
Un film di Ben Stiller. Con Ben Stiller, Kristen Wiig, Shirley MacLaine, Adam Scott, Kathryn Hahn.
Durata 114 min.
sabato 28 dicembre 2013
venerdì 13 dicembre 2013
Orrore dietro ai candelabri
Con sguardo lucido e impietoso Steven Soderbergh narra la storia di Scott Thorson, giovane amante del kitchissimo pianista americano Liberace, tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Film realizzato per la tv via cavo HBO (quella di Trono di Spade) e uscito al cinema in Europa, si avvale di un cast straordinario, a partire dai due protagonisti, Michael Douglas e Matt Damon (entrambi nominati ai prossimi Golden Globe) assolutamente sorprendenti, e con dei comprimari di lusso quali Dan Aykroyd e un irresistibile Rob Lowe.
Sotto le apparenze del classico biopic, il regista dissimula un vero e proprio horror dalle tinte cronenberghiane nel suo soffermarsi sulle mutazioni chirurgiche dei corpi e sulla torbida relazione al limite dell'incesto, tra il pianista e il suo amante trasformato letteralmente in un simil-figlio. Un horror più psicologico che fisico, che costeggia appena il grottesco con la figura del chirurgo (Lowe liftato in maniera comica) realizzatore dei raccapriccianti desideri di Liberace, novello Pigmalione in versione gay. Ma il regista non giudica ne condanna e mette in scena la scabrosa vicenda con la freddezza di un entomologo davanti ad un curioso ed esotico insetto.
Film televisivo con il respiro del grande cinema, Behind the candelabra, oltre al cast notevole, si avvale di una messa in scena di ottimo livello, sia per i costumi ultra-kitsch di Liberace (Elton John in confronto è un'educanda) che per l'arredo delle sue magioni, nonché per l'impressionante lavoro di trucco, assolutamente perfetto nell'accompagnare le mutazioni fisiche dei protagonisti. Una nota merita pure lo stile libero che Soderbergh adotta, alternando riprese statiche da cinema classico a nervose sequenze con camera a mano oscillante, passando dall'iper-realismo all'onirico (si veda la dipartita di Liberace messa in scena in stile Rocky Horror), con una libertà che pare appartenere ormai solo a certi canali televisivi illuminati. Un piccolo grande film assolutamente da non perdere.
Dietro ai candelabri (Behind the Candelabra, USA 2013)
Un film di Steven Soderbergh.
Con Michael Douglas, Matt Damon, Dan Aykroyd, Scott Bakula, Rob Lowe.
Durata 118 min.
Sotto le apparenze del classico biopic, il regista dissimula un vero e proprio horror dalle tinte cronenberghiane nel suo soffermarsi sulle mutazioni chirurgiche dei corpi e sulla torbida relazione al limite dell'incesto, tra il pianista e il suo amante trasformato letteralmente in un simil-figlio. Un horror più psicologico che fisico, che costeggia appena il grottesco con la figura del chirurgo (Lowe liftato in maniera comica) realizzatore dei raccapriccianti desideri di Liberace, novello Pigmalione in versione gay. Ma il regista non giudica ne condanna e mette in scena la scabrosa vicenda con la freddezza di un entomologo davanti ad un curioso ed esotico insetto.
Film televisivo con il respiro del grande cinema, Behind the candelabra, oltre al cast notevole, si avvale di una messa in scena di ottimo livello, sia per i costumi ultra-kitsch di Liberace (Elton John in confronto è un'educanda) che per l'arredo delle sue magioni, nonché per l'impressionante lavoro di trucco, assolutamente perfetto nell'accompagnare le mutazioni fisiche dei protagonisti. Una nota merita pure lo stile libero che Soderbergh adotta, alternando riprese statiche da cinema classico a nervose sequenze con camera a mano oscillante, passando dall'iper-realismo all'onirico (si veda la dipartita di Liberace messa in scena in stile Rocky Horror), con una libertà che pare appartenere ormai solo a certi canali televisivi illuminati. Un piccolo grande film assolutamente da non perdere.
Dietro ai candelabri (Behind the Candelabra, USA 2013)
Un film di Steven Soderbergh.
Con Michael Douglas, Matt Damon, Dan Aykroyd, Scott Bakula, Rob Lowe.
Durata 118 min.
venerdì 29 novembre 2013
Brucia ragazza brucia
Secondo capitolo della trilogia creata da Suzanne Collins, La ragazza di fuoco segue la protagonista nelle vicende successive alla sua vittoria agli Hunger Games. Diventata – suo malgrado – un'eroina nazionale e un simbolo di speranza e riscatto per i distretti più poveri della federazione, Katniss causa più di un mal di pancia all'odioso Presidente Snow. Dopo averla blandita e minacciata inutilmente, Snow indirà un'edizione speciale dei Giochi solo per poterla screditare agli occhi dell'opinione pubblica e infine eliminarla. Ma le cose non andranno secondo i suoi piani: il capitolo finale (diviso in due film, come si usa ultimamente) è già in cantiere.
Rispetto al film che lo precede, questo secondo capitolo è più centrato sulle relazioni tra i protagonisti, approfondendo maggiormente il carattere di Katniss, ragazza tenace ma spaventata, eroina riluttante che poco a poco sta prendendo coscienza della sua forza, e giovane donna dalla vita sentimentalmente complicata. Inoltre viene delineato maggiormente il quadro politico e sociale, con il governo centrale fascista e oppressivo, la società decadente e opulenta di Capitol City in contrasto con le zone povere e depresse dei Distretti più remoti.
Il film in parte ripete lo schema del precedente, ma con sostanziali differenze per quanto riguarda i nuovi giochi: i partecipanti (tutti vincitori delle precedenti edizioni) sono poco entusiasti se non ostili all'idea di tornare nell'arena. La ribellione – come vedremo - serpeggia a tutti i livelli e porta i giocatori ad allearsi per sopravvivere e, soprattutto, per battere il vero nemico.
Nonostante il cambio di regia (Gary Ross qui è solo co-sceneggiatore), il film resta visivamente simile al precedente, ma il côte fantascientifico appare un po' più curato. C'è qualche piccolo ritocco nelle divise dei terribili Pacificatori (che bel nome orwelliano!), diventate decisamente anni Settanta, nell'architettura della capitale, che ora risulta un po' più verticale, e nei simulatori virtuali dei combattimenti. La fotografia ripropone i toni freddi e slavati nel Distretto 12, quelli più saturi nella capitale e nella lussureggiante area di gioco in stile Lost. Sempre strabilianti e fuori luogo le mise della svaporata Effie Trinket e i cangianti abiti da cerimonia della nostra eroina.
Le sequenze nell'arena, piena di trappole mortali (a dire il vero sempre più esagerate e improbabili), mantengono alta la tensione nell'ultima parte del film con una certa facilità, fino al pirotecnico colpo di scena finale, quando il teatro della finzione messo su per rincoglionire le masse, crolla letteralmente grazie all'indomabile Katniss.
Nel mettere in scena i giochi, il film gioca al rialzo rispetto al precedente, ma la parte più interessante è quella che li precede, con il suo lento accumulo di violenza, soprusi, ingiustizia e rabbia. E alla fine il percorso di consapevolezza di sé della nostra eroina è compiuto, come ci mostra l'ultimo primissimo piano sui suoi occhi fiammeggianti.
La ragazza di fuoco è puro intrattenimento, ben confezionato e ottimamente venduto. La cosa che stupisce di più è la capacità di trasformare delle tematiche che negli anni Settanta avrebbe prodotto un dignitoso film di fantascienza sociale, in un clamoroso franchising dagli incassi stratosferici. Segno dei tempi.
Hunger Games: La ragazza di fuoco (The Hunger Games: Catching Fire, USA 2013)
Un film di Francis Lawrence.
Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland.
Durata 146 min.
Rispetto al film che lo precede, questo secondo capitolo è più centrato sulle relazioni tra i protagonisti, approfondendo maggiormente il carattere di Katniss, ragazza tenace ma spaventata, eroina riluttante che poco a poco sta prendendo coscienza della sua forza, e giovane donna dalla vita sentimentalmente complicata. Inoltre viene delineato maggiormente il quadro politico e sociale, con il governo centrale fascista e oppressivo, la società decadente e opulenta di Capitol City in contrasto con le zone povere e depresse dei Distretti più remoti.
Il film in parte ripete lo schema del precedente, ma con sostanziali differenze per quanto riguarda i nuovi giochi: i partecipanti (tutti vincitori delle precedenti edizioni) sono poco entusiasti se non ostili all'idea di tornare nell'arena. La ribellione – come vedremo - serpeggia a tutti i livelli e porta i giocatori ad allearsi per sopravvivere e, soprattutto, per battere il vero nemico.
Nonostante il cambio di regia (Gary Ross qui è solo co-sceneggiatore), il film resta visivamente simile al precedente, ma il côte fantascientifico appare un po' più curato. C'è qualche piccolo ritocco nelle divise dei terribili Pacificatori (che bel nome orwelliano!), diventate decisamente anni Settanta, nell'architettura della capitale, che ora risulta un po' più verticale, e nei simulatori virtuali dei combattimenti. La fotografia ripropone i toni freddi e slavati nel Distretto 12, quelli più saturi nella capitale e nella lussureggiante area di gioco in stile Lost. Sempre strabilianti e fuori luogo le mise della svaporata Effie Trinket e i cangianti abiti da cerimonia della nostra eroina.
Le sequenze nell'arena, piena di trappole mortali (a dire il vero sempre più esagerate e improbabili), mantengono alta la tensione nell'ultima parte del film con una certa facilità, fino al pirotecnico colpo di scena finale, quando il teatro della finzione messo su per rincoglionire le masse, crolla letteralmente grazie all'indomabile Katniss.
Nel mettere in scena i giochi, il film gioca al rialzo rispetto al precedente, ma la parte più interessante è quella che li precede, con il suo lento accumulo di violenza, soprusi, ingiustizia e rabbia. E alla fine il percorso di consapevolezza di sé della nostra eroina è compiuto, come ci mostra l'ultimo primissimo piano sui suoi occhi fiammeggianti.
La ragazza di fuoco è puro intrattenimento, ben confezionato e ottimamente venduto. La cosa che stupisce di più è la capacità di trasformare delle tematiche che negli anni Settanta avrebbe prodotto un dignitoso film di fantascienza sociale, in un clamoroso franchising dagli incassi stratosferici. Segno dei tempi.
Hunger Games: La ragazza di fuoco (The Hunger Games: Catching Fire, USA 2013)
Un film di Francis Lawrence.
Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth, Woody Harrelson, Elizabeth Banks, Lenny Kravitz, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright, Stanley Tucci, Donald Sutherland.
Durata 146 min.
venerdì 8 novembre 2013
Vite da osteria
Paolo Bressan è un uomo solo, pieno di livore, alcolista, bugiardo ed ex-marito infedele, che passa il suo tempo libero a ubriacarsi nelle private del goriziano. Un giorno si trova a dover accudire un giovane nipote sloveno che sembra avere un unico grande talento: fare sempre centro al gioco delle freccette. L'uomo cercherà egoisticamente di sfruttare a suo favore tale capacità, ma questo inaspettato incontro finirà per cambiargli la vita per sempre.
Il regista goriziano Matteo Oleotto firma una commedia dolceamara, crepuscolare, ambientandola in un territorio poco frequentato dal cinema. Girata tra Gorizia e la Slovenia, a dire il vero non sfrutta appieno le inedite locations che il territorio offre, ma le usa come perfetto sfondo di una storia dai toni dimessi. Giuseppe Battiston giganteggia su tutti, con un personaggio tanto sgradevole e cattivo quanto tristemente solo e autolesionista e alla fine conquista l'empatia dello spettatore regalandogli un'interpretazione superlativa.
L'altro protagonista del film – nel bene e nel male – è il vino, presente nella cultura delle private, nei vigneti, nei monologhi alcolici e nei canti d'osteria del coro di Doberdò.
Il film è ottimamente fotografato, con accenni caravaggeschi (si veda la raffinata scena iniziale), gli interni scuri appena illuminati da luci giallastre e la selvatica e desolata natura d'oltreconfine, filmata con maestosi grandangoli. La pellicola si avvale di un efficace cast italo-sloveno, con un ottimo giovane attore nel ruolo dello scemo Zoran (Rok Prašnikar), che si esprime in un buffo e anacronistico italiano letterario.
Zoran, il mio nipote scemo si presenta alla ribalta italiana come una piccola commedia dal sapore nuovo e diverso, aspro come il vino di queste terre, ma dolcemente malinconica come una sera di nebbia sul Lungo Isonzo.
Imperdibile per i fan dell'immenso Battiston.
Zoran, il mio nipote scemo (Italia / Slovenia, 2013)
Un film di Matteo Oleotto.
Con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Prašnikar, Marjuta Slamič, Roberto Citran.
Durata 103 min.
Il regista goriziano Matteo Oleotto firma una commedia dolceamara, crepuscolare, ambientandola in un territorio poco frequentato dal cinema. Girata tra Gorizia e la Slovenia, a dire il vero non sfrutta appieno le inedite locations che il territorio offre, ma le usa come perfetto sfondo di una storia dai toni dimessi. Giuseppe Battiston giganteggia su tutti, con un personaggio tanto sgradevole e cattivo quanto tristemente solo e autolesionista e alla fine conquista l'empatia dello spettatore regalandogli un'interpretazione superlativa.
L'altro protagonista del film – nel bene e nel male – è il vino, presente nella cultura delle private, nei vigneti, nei monologhi alcolici e nei canti d'osteria del coro di Doberdò.
Il film è ottimamente fotografato, con accenni caravaggeschi (si veda la raffinata scena iniziale), gli interni scuri appena illuminati da luci giallastre e la selvatica e desolata natura d'oltreconfine, filmata con maestosi grandangoli. La pellicola si avvale di un efficace cast italo-sloveno, con un ottimo giovane attore nel ruolo dello scemo Zoran (Rok Prašnikar), che si esprime in un buffo e anacronistico italiano letterario.
Zoran, il mio nipote scemo si presenta alla ribalta italiana come una piccola commedia dal sapore nuovo e diverso, aspro come il vino di queste terre, ma dolcemente malinconica come una sera di nebbia sul Lungo Isonzo.
Imperdibile per i fan dell'immenso Battiston.
Zoran, il mio nipote scemo (Italia / Slovenia, 2013)
Un film di Matteo Oleotto.
Con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Prašnikar, Marjuta Slamič, Roberto Citran.
Durata 103 min.
domenica 6 ottobre 2013
Persi nello spazio
Una scienziata alla sua prima missione e un astronauta veterano finiscono dispersi nello spazio a causa di un incidente. Lotteranno contro il tempo per trovare un modo per ritornare sulla Terra. Difficile dire di più senza fare degli spoiler. Vediamo se ci riesco…
Gravity è uno strano oggetto filmico, un ibrido tra un piccolo film d'autore e la mega-produzione hollywoodiana. Cast ed effetti stellari a prima vista fanno pendere la bilancia su quest'ultimo aspetto del film. Ma l'essenzialità della trama, la scarsità di personaggi (due), il suo carattere altamente "umanistico", i tempi lunghi e il controllo pressoché totale sul film di Alfonso Cuarón (regia, sceneggiatura, produzione, montaggio), mi suggeriscono che si tratti di un film molto particolare, personale, quasi autoriale, appunto.
La messa in scena è straordinariamente realistica e verosimile, spettacolare soprattutto per l'ambientazione estrema, che è parte integrante della pellicola. Il film ci porta in luoghi lontani dalla nostra quotidiana esperienza, ma esistenti. Satelliti, stazioni spaziali, shuttle e capsule di salvataggio sono là che orbitano sopra le nostre teste. Non sono le navicelle ordinate, asettiche e iper-tecnologiche a cui film di fantascienza ci hanno abituato. Sembrano più dei fragilissimi barattoli di latta, disordinati e poco glamour. Perché Gravity non è un film di fantascienza, è semplicemente un film ambientato nel cosmo, che immagina un naufragio spaziale, con due dispersi che cercano una scialuppa di salvataggio a gravità zero.
L'autore riesce a mantenere viva la tensione per tutto il tempo, realizzando un film coinvolgente – non solo per un ineccepibile 3D – grazie all'interpretazione perfetta di una sorprendente Sandra Bullock, sottoposta ad un vero tour de force fisico (deve simulare per tutto il film l'assenza di gravità). Il suo personaggio si trova a lottare per sopravvivere, ma prima dovrà ritrovare la voglia di vivere, per vincere le avversità e sperare di tornare a casa.
Gravity è un film visivamente stupendo, che mescola la sapientemente grandiosità dell'ambientazione con le intime pene di una donna sola, che cerca di superare un terribile lutto e di riconciliarsi con il mondo, quello stesso mondo che scorre silenzioso e maestoso sotto/sopra di lei. Un film intelligente e spettacolare, come è raro trovare di questi tempi. Da gustare rigorosamente al cinema.
Gravity (USA / Gran Bretagna, 2013)
Un film di Alfonso Cuarón.
Con Sandra Bullock, George Clooney, Ed Harris, Orto Ignatiussen, Phaldut Sharma.
Durata 92 min.
Gravity è uno strano oggetto filmico, un ibrido tra un piccolo film d'autore e la mega-produzione hollywoodiana. Cast ed effetti stellari a prima vista fanno pendere la bilancia su quest'ultimo aspetto del film. Ma l'essenzialità della trama, la scarsità di personaggi (due), il suo carattere altamente "umanistico", i tempi lunghi e il controllo pressoché totale sul film di Alfonso Cuarón (regia, sceneggiatura, produzione, montaggio), mi suggeriscono che si tratti di un film molto particolare, personale, quasi autoriale, appunto.
La messa in scena è straordinariamente realistica e verosimile, spettacolare soprattutto per l'ambientazione estrema, che è parte integrante della pellicola. Il film ci porta in luoghi lontani dalla nostra quotidiana esperienza, ma esistenti. Satelliti, stazioni spaziali, shuttle e capsule di salvataggio sono là che orbitano sopra le nostre teste. Non sono le navicelle ordinate, asettiche e iper-tecnologiche a cui film di fantascienza ci hanno abituato. Sembrano più dei fragilissimi barattoli di latta, disordinati e poco glamour. Perché Gravity non è un film di fantascienza, è semplicemente un film ambientato nel cosmo, che immagina un naufragio spaziale, con due dispersi che cercano una scialuppa di salvataggio a gravità zero.
L'autore riesce a mantenere viva la tensione per tutto il tempo, realizzando un film coinvolgente – non solo per un ineccepibile 3D – grazie all'interpretazione perfetta di una sorprendente Sandra Bullock, sottoposta ad un vero tour de force fisico (deve simulare per tutto il film l'assenza di gravità). Il suo personaggio si trova a lottare per sopravvivere, ma prima dovrà ritrovare la voglia di vivere, per vincere le avversità e sperare di tornare a casa.
Gravity è un film visivamente stupendo, che mescola la sapientemente grandiosità dell'ambientazione con le intime pene di una donna sola, che cerca di superare un terribile lutto e di riconciliarsi con il mondo, quello stesso mondo che scorre silenzioso e maestoso sotto/sopra di lei. Un film intelligente e spettacolare, come è raro trovare di questi tempi. Da gustare rigorosamente al cinema.
Gravity (USA / Gran Bretagna, 2013)
Un film di Alfonso Cuarón.
Con Sandra Bullock, George Clooney, Ed Harris, Orto Ignatiussen, Phaldut Sharma.
Durata 92 min.
martedì 1 ottobre 2013
Il circuito della vita
Rush racconta l'epica sfida tra Lauda e Hunt sui circuiti della Formula 1 nella seconda metà degli anni Settanta, uno scontro tra due stili di vita e di guida. Doppia biografia intrecciata dei due piloti, le cui vite avranno esiti molto diversi.
Il film di Ron Howard, sostenuto dall'ottima e solida sceneggiatura di Peter Morgan (quello di Frost/Nixon e The Queen), non è solo un omaggio ad uno degli sport più cinematografici che si possano immaginare, ma anche la cronaca appassionata di uno scontro tra due campioni dai caratteri diametralmente opposti. Hunt è un simpatico sbruffone, bello e fascinoso, spericolato nella vita e in pista, vive alla giornata, gareggia sfidando la morte e vuole godersi fino in fondo tutti i frutti che la fama e la ricchezza gli porta. Lauda è arrogante e antipatico, un freddo calcolatore, ma determinato e competente, dalla vita seria e (quasi) noiosa. Entrambi pecore nere di famiglie ricche, hanno due stili di vita speculari e due modi opposti di intendere lo sport, ma in fondo sono due campioni che si ammirano e si rispettano a vicenda.
Il film racconta la loro rivalità dalle prime prove in Formula 3 sino al drammatico campionato del 1976, durante il quale duelleranno fino alla fine. Quella stagione viene ricordata anche per il terribile incidente a Lauda e dalla sua incredibile "resurrezione", che il regista mette in scena in modo crudo e realistico, mostrandoci di che pasta è fatto quell'austriaco testardo.
La messa in scena impeccabile ci porta in un'epoca lontana, dove i piloti rischiavano veramente la vita ad ogni corsa, ci trascina nell'abitacolo delle monoposto, con riprese impossibili a quei tempi, e con un coinvolgimento tale che pare di sentire l'odore di benzina.
Quel bisteccone di Chris Hemsworth dà corpo – e che corpo, le signore ringraziano per la generosità con cui lo espone – ad un credibile Hunt, mostrando doti attoriali che superano il menar il martello di Thor, mentre il bravo è Daniel Brüh, con muso da topo e volto perennemente imbronciato, è un Lauda simpaticamente sgradevole e geniale.
Rush, nella miglior tradizione di Howard, è un film non particolarmente innovativo, ma è appassionante, ben girato e molto divertente. Piacerà a tutti, anche a chi non importa un fico secco della F1, perché parla di come gli uomini possono affrontare la vita e la morte.
Rush (USA, Gran Bretagna, Germania 2013)
Un film di Ron Howard.
Con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino.
Durata 123 min.
Il film di Ron Howard, sostenuto dall'ottima e solida sceneggiatura di Peter Morgan (quello di Frost/Nixon e The Queen), non è solo un omaggio ad uno degli sport più cinematografici che si possano immaginare, ma anche la cronaca appassionata di uno scontro tra due campioni dai caratteri diametralmente opposti. Hunt è un simpatico sbruffone, bello e fascinoso, spericolato nella vita e in pista, vive alla giornata, gareggia sfidando la morte e vuole godersi fino in fondo tutti i frutti che la fama e la ricchezza gli porta. Lauda è arrogante e antipatico, un freddo calcolatore, ma determinato e competente, dalla vita seria e (quasi) noiosa. Entrambi pecore nere di famiglie ricche, hanno due stili di vita speculari e due modi opposti di intendere lo sport, ma in fondo sono due campioni che si ammirano e si rispettano a vicenda.
Il film racconta la loro rivalità dalle prime prove in Formula 3 sino al drammatico campionato del 1976, durante il quale duelleranno fino alla fine. Quella stagione viene ricordata anche per il terribile incidente a Lauda e dalla sua incredibile "resurrezione", che il regista mette in scena in modo crudo e realistico, mostrandoci di che pasta è fatto quell'austriaco testardo.
La messa in scena impeccabile ci porta in un'epoca lontana, dove i piloti rischiavano veramente la vita ad ogni corsa, ci trascina nell'abitacolo delle monoposto, con riprese impossibili a quei tempi, e con un coinvolgimento tale che pare di sentire l'odore di benzina.
Quel bisteccone di Chris Hemsworth dà corpo – e che corpo, le signore ringraziano per la generosità con cui lo espone – ad un credibile Hunt, mostrando doti attoriali che superano il menar il martello di Thor, mentre il bravo è Daniel Brüh, con muso da topo e volto perennemente imbronciato, è un Lauda simpaticamente sgradevole e geniale.
Rush, nella miglior tradizione di Howard, è un film non particolarmente innovativo, ma è appassionante, ben girato e molto divertente. Piacerà a tutti, anche a chi non importa un fico secco della F1, perché parla di come gli uomini possono affrontare la vita e la morte.
Rush (USA, Gran Bretagna, Germania 2013)
Un film di Ron Howard.
Con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino.
Durata 123 min.
giovedì 11 luglio 2013
Pazzo vecchio West
Un avvocato non-violento e imbranato ritorna al suo paese natale nel selvaggio West, ormai raggiunto dal progresso e dalla ferrovia, che ha portato con sé anche avidità e violenza. Dopo l'assassinio del fratello ranger, diventerà un giustiziere mascherato, grazie all'aiuto di un indiano matto ma pieno di risorse.
Il trio dei Pirati (Depp, Verbinski e Bruckheimer) colpisce ancora, con questa versione survoltata del mitico personaggio western creato negli anni Trenta. Dopo l'eccentrico film d'animazione Rango, Verbinsky torna nel West con personaggi in carne e ossa che si lanciano in spericolate acrobazie come fossero dei cartoni animati. Il film è un riuscito mix di comicità e azione, supportato dalla classica coppia mal assortita che genera gag a ripetizione. Armie Hammer ripropone il ruolo dell'eroe tontolone (come il principe di Biancaneve), mentre Depp si maschera da indiano schizzato, aggiungendo un nuovo personaggio esagerato alla sua nutrita collezione, ed è uno dei migliori – direi – dopo quello di Jack Sparrow. Il suo Tonto dalle movenze chapliniane, intento a nutrire il suo corvo morto in testa o a parlare com i cavalli, è il vero protagonista del film. Voce narrante delle avventure di Lone Ranger, tiene insieme la trama del film giustificando le inesattezze e stravaganze con la suo racconto ondivago e inaffidabile.
Verbinski stipa il film di luoghi comuni sul West nonché di alcune stravaganze (le lepri mannare, le ferrovie da lunapark). Racconta le vicende del giustiziere mascherato con molta ironia, senza trasformare però il film in una parodia del western. The Lone Ranger è pieno di gag fisiche e catastrofiche, con protagoniste le locomotive, scene che hanno un forte debito con i film di Buster Keaton, mentre lo score di Hans Zimmer strizza l'occhio a Morricone, soprattutto nell'uso del breve tema al flauto che sottolinea comicamente alcune azioni di Tonto.
Sotto le apparenze di un film leggero per bambini, la sceneggiatura infila temi pesanti come la critica al feroce capitalismo che stermina i nativi e viola la natura. Con una metafora – neanche tanto velata – ci mostra che il liberismo spinto va a braccetto con la criminalità: lo spietato bandito e il costruttore senza scrupoli della ferrovia sono infatti fratelli. Un film dunque che può essere apprezzato anche dal pubblico adulto e che, nonostante la lunghezza, fila via liscio come una locomotiva giù da un ponte.
The Lone Ranger (USA, 2013)
Un film di Gore Verbinski.
Con Armie Hammer, Johnny Depp, Ruth Wilson, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter
Durata 135 min.
Il trio dei Pirati (Depp, Verbinski e Bruckheimer) colpisce ancora, con questa versione survoltata del mitico personaggio western creato negli anni Trenta. Dopo l'eccentrico film d'animazione Rango, Verbinsky torna nel West con personaggi in carne e ossa che si lanciano in spericolate acrobazie come fossero dei cartoni animati. Il film è un riuscito mix di comicità e azione, supportato dalla classica coppia mal assortita che genera gag a ripetizione. Armie Hammer ripropone il ruolo dell'eroe tontolone (come il principe di Biancaneve), mentre Depp si maschera da indiano schizzato, aggiungendo un nuovo personaggio esagerato alla sua nutrita collezione, ed è uno dei migliori – direi – dopo quello di Jack Sparrow. Il suo Tonto dalle movenze chapliniane, intento a nutrire il suo corvo morto in testa o a parlare com i cavalli, è il vero protagonista del film. Voce narrante delle avventure di Lone Ranger, tiene insieme la trama del film giustificando le inesattezze e stravaganze con la suo racconto ondivago e inaffidabile.
Verbinski stipa il film di luoghi comuni sul West nonché di alcune stravaganze (le lepri mannare, le ferrovie da lunapark). Racconta le vicende del giustiziere mascherato con molta ironia, senza trasformare però il film in una parodia del western. The Lone Ranger è pieno di gag fisiche e catastrofiche, con protagoniste le locomotive, scene che hanno un forte debito con i film di Buster Keaton, mentre lo score di Hans Zimmer strizza l'occhio a Morricone, soprattutto nell'uso del breve tema al flauto che sottolinea comicamente alcune azioni di Tonto.
Sotto le apparenze di un film leggero per bambini, la sceneggiatura infila temi pesanti come la critica al feroce capitalismo che stermina i nativi e viola la natura. Con una metafora – neanche tanto velata – ci mostra che il liberismo spinto va a braccetto con la criminalità: lo spietato bandito e il costruttore senza scrupoli della ferrovia sono infatti fratelli. Un film dunque che può essere apprezzato anche dal pubblico adulto e che, nonostante la lunghezza, fila via liscio come una locomotiva giù da un ponte.
The Lone Ranger (USA, 2013)
Un film di Gore Verbinski.
Con Armie Hammer, Johnny Depp, Ruth Wilson, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter
Durata 135 min.
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