venerdì 15 maggio 2015

Fiabe adulte


Una regina sterile partorirà solo dopo aver mangiato il cuore di un drago marino; un re s'innamora di una vecchia rapito solo dalla sua voce; un altro re, che alleva in segreto una pulce enorme, darà in sposa l'unica figlia ad un orco. Al centro di tutti e tre i racconti, figure femminili che devono fare i conti con i loro desideri (maternità, giovinezza, amore): tutte saranno in qualche modo esaudite, ma sempre a caro prezzo.
Tre fiabe nere e adulte, tratte da Lo cunto de li cunti di Basile, s'intrecciano nel film di Garrone, che, con un apparente scarto, passa da Reality al fantasy. I due film hanno in comune più di quel che sembra: Reality era una moderna fiaba sulla Nostra Italia dei Balocchi, mentre quest'ultima opera è piena degli echi di alcune ossessioni contemporanee (come il desiderio di apparire giovani o la maternità a tutti i costi).
Garrone realizza un film che è un inconsueto ibrido tra il cinema fantastico e quello d'autore, mettendo in scena le immaginifiche e barocche fiabe di Basile con mano ferma e uno stile controllato. È  pittorico, ma senza eccedere nel visionario, sfruttando con intelligenza meravigliose location naturali e architettoniche italiane. Nonostante il genere, Il racconto dei racconti è un film fortemente realistico nella messa in scena, con scelte di set quasi pasoliniane. Persino negli effetti speciali si prediligono i trucchi meccanici al posto dell'imperante CGI.
È un film che si prende i suoi tempi, privilegiando le immagini ai dialoghi e che spiazza continuamente lo spettatore con scarti narrativi imprevisti e spesso enigmatici. Garrone fa del cinema maiuscolo come pochi in Italia e affronta in modo personalissimo un genere per niente frequentato nel nostro Paese negli ultimi decenni. Audace.

Il racconto dei racconti - Tale of Tales (Italia / Francia / Gran Bretagna, 2015)
Un film di Matteo Garrone. 
Con Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher. 
Durata 125 min. 

venerdì 17 aprile 2015

La morte al lavoro


Margherita è una regista che sta girando un film su una fabbrica occupata, mentre sua madre sta lentamente morendo.
Nanni Moretti realizza un film intimista, che affronta in modo toccante e laico il tema della morte, lasciando a Margherita Buy il compito di incarnare il suo alter ego e ritagliando per sé solo una parte marginale come fratello della regista.
Il tema e il tono non è certo da commedia, ma l'atmosfera è più lieve de La stanza del figlio, che affrontava la morte e l'elaborazione del lutto in maniera molto più drammatica. I momenti più divertenti sono regalati da un istrionico John Turturro, star americana nel film di Margherita, con alcune gustose scene che stemperano un po' la cupezza della pellicola.
Moretti sembra voler prendere le distanze da certo cinema impegnato a tutti i costi e palesa ancora una volta la sua idiosincrasia per ogni tipo di retorica. E lo fa proprio con un film raccolto, privato, intimo, in cui la durezza dei tempi riecheggia solo attraverso la finzione (spesso sottolineata) del film nel film.
Il rapporto con la madre (un'ottima Giulia Lazzarini) viene raccontato attraverso ricordi, sogni e sequenze stranianti, che si confondono in modo ambiguo con la realtà, un percorso doloroso che la protagonista è costretta a fare prima di accettare l'ineluttabile. Finale splendidamente lapidario.

Mia madre (Italia, Francia, Germania, 2015)
Un film di Nanni Moretti
Con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini 
Durata 106 min. 

sabato 14 febbraio 2015

L'inevitabile follia dell'attore

Riggan Thomson è un attore sull'orlo di una crisi di nervi, divenuto celebre interpretando decenni prima un supereroe (Birdman), che decide di rilanciare la sua carriera mettendo in scena un dramma di Carver a Broadway. Tra attori folli, figlie tossiche, critiche bastarde e allucinazioni invadenti non sarà un'impresa facile.
Il regista mette in scena un classico "teatro nel teatro" pirandelliano, pedinando costantemente il suo protagonista che tenta di portare in scena un dramma, mentre la sua salute mentale va a rotoli. Birdman è un amaro dramma (quasi) da camera, che mescola magistralmente verità e finzione, realtà e allucinazione, girato virtuosisticamente come un unico interminabile piano-sequenza, con la steadycam sempre addosso agli attori. Interpretato da uno strepitoso Michael Keaton, coadiuvato da un cast perfetto, Birdman non risparmia nessuno, fustigando l'infantile amore hollywoodiano per gli eroi in calzamaglia (e Keaton ne sa qualcosa), le manie di un attore odioso che riesce ad essere "vero" solo sul palco, la critica teatrale prevenuta e snob, nonché le stesse ambizioni intellettuali del protagonista.
Iñárritu fonde perfettamente una tecnica di ripresa iperrealista (quasi da reality) con inaspettate e spiazzanti derive visionarie, come l'apparente potere telecinetico del protagonista e un pre-finale onirico e poetico.
Mentre la scelta di girare in piano-sequenza si è già vista in passato (da Nodo alla gola di Hitchcock all'Arca russa di Sokurov), appare piuttosto innovativo lo score originale realizzato unicamente con la batteria, che si fonde con suoni e musiche interni al film. Meritate tutte le nove candidature agli Oscar.

Birdman o (L'imprevedibile virtù dell'ignoranza)

Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), USA 2014
Un film di Alejandro González Iñárritu.
Con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan,  Emma Stone, Naomi Watts.
Durata 119 min.

venerdì 6 febbraio 2015

Fanta-capitalismo sfrenato

Jupiter Jones, oltre ad avere un nome improbabile e un lavoro poco credibile come donna delle pulizie (visto che ha il volto di Mila Kunis), scopre di essere una regina di un'antica dinastia spaziale con diritto di proprietà sulla Terra. Gli aristocratici parenti la vogliono morta, ma riceverà l'aiuto di una specie di mercenario mutante, mezzo uomo e mezzo Channing Tatum. La fine è nota.
Pasticcio spaziale in sala Wachowski, che frulla ogni possibile film o romanzo di fantascienza e produce un minestrone visivamente barocco ma dalla trama non molto originale. Effetti speciali in grande spolvero, ma idee poche e quelle che ci sono rimandano ad altri film. Cito i primi che mi vengono in mente: lo spunto della persona qualunque scaraventata in una space-opera viene dalla Guida galattica per gli autostoppisti, l'idea del feroce capitalismo spaziale strizza l'occhio a Essi vivono, gli alieni che cancellano dalla mente dei testimoni avvenimenti scomodi rimandano al neuralizzatore dei Men in Black, l'economia galattica basata sull'elisir ricorda la spezia del ciclo di Dune, così come il design e le scenografie tra l'art decò e il liberty riecheggiano la versione che ne fece Lynch; c'è pure la burocrazia grottesca del Brazil di Gilliam (e pure Gilliam stesso), mentre con l'uso "agro-industriale" degli esseri umani i Wachowski si autocitano (Matrix).
Eddie Redmayne è bravo al fare il cattivo e resta serio anche mentre spara un risibile pistolotto sul profitto come elemento fondante di tutto l'universo, Mila Kunis è spaesata, Channing Tatum è decorativo e Sean Bean – a sorpresa – resta vivo fino alla fine.
Concludendo: troppo fumo poco arrosto. Perciò complimenti all'art director e ai tecnici degli effetti visivi, no comment sugli autori e registi Wachowski Brothers, che da un po' non imbroccano un film (anche se Cloud Atlas mi era piaciuto).

Jupiter - Il destino dell'universo
(Jupiter Ascending / USA, 2015)
Un film di Lana & Andy Wachowski.
Con Channing Tatum, Mila Kunis, Sean Bean, Eddie Redmayne, Douglas Booth.
Durata 125 min.

martedì 6 gennaio 2015

Occhioni da mercante

California, fine anni Cinquanta. Margaret, giovane madre con velleità artistiche, da poco divorziata, incontra William Keane, sedicente pittore. Si amano, si sposano e grazie al geniale talento commerciale del marito, i quadri della pittrice, pieni di tristi orfani dai grandi occhi, diventeranno molto popolari e richiesti. Ma ben presto la donna capirà di aver fatto un patto col diavolo.
Big Eyes, ovvero il kitsch nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, è un bel film su cattiva arte e ottimo marketing, sul grande mito americano di inseguire i propri sogni, anche a costo di trovarsi nel peggiore degli incubi.
Apparentemente lontano dalla poetica burtoniana, in realtà propone un altro dei freak tanto cari al regista: "©KEANE" è un mostro artistico che unisce due talenti complementari, innocui se separati, ma dirompenti una volta uniti nella lotta per un posto al sole nell'elitario mondo dell'arte. Le opere di Margaret non sarebbe mai diventate così famose senza l'intervento del marito, genio della vendita quanto cialtrone e mitomane. E quest'ultimo non sarebbe mai potuto entrare nel jet set e fare la bella vita senza i quadri della moglie.


Amy Adams delinea in modo convincente una donna ingenua e sensibile, complice passiva dei maneggi truffaldini del marito. Christoph Waltz è ancora una volta l'uomo che amiamo odiare: mellifluo, falso, bugiardo ma forse un po' troppo gigione nella farsa processuale finale.
Ipercolorato e pop, il film confina i toni dark nell'animo umano, nella folle ambizione senza talento di Walter, nella colpevole sottomissione di Margaret, vittima di tempi maschilisti e bacchettoni. Sotto la sua rassicurante forma di biopic tradizionale, il film cela un sacco di temi stimolanti e profondi, dalla difficoltà di essere donna e artista, all'analisi del labile confine tra arte e kitsch, dal valore di un opera d'arte alla manipolazione dei mass media. Imperdibile per i pittori, gustoso per tutti gli altri.

Big Eyes (USA, 2014)
Un film di Tim Burton.
Con Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Krysten Ritter, Jason Schwartzman.
Durata 106 min.

domenica 4 gennaio 2015

America letale

Chris Kyle è un cowboy texano che decide di servire la patria dopo gli attentati alle ambasciate USA in Kenia e Tanzania. Si arruola nei Navy Seal e in Iraq diventa ben presto un mito grazie alla sua mira infallibile, che ne fa uno dei più micidiali cecchini della storia. Tra una missione e l'altra si sposa e mette su famiglia, ma la guerra gli entra nell'animo, rischiando di rovinare per sempre la vita familiare.
Nuovo cazzuto film del vecchio Clint, basato su una storia vera e interpretato da un massiccio e sorprendente Bradley Cooper. La vicenda viene affrontata senza fronzoli né retorica, in maniera cruda e realistica, fin dalla scena iniziale, con il protagonista che, in pochi secondi, deve decidere se abbattere un bambino che porta una granata. Con una brillante scelta registica la scena viene interrotta da un flashforward (Chris con il figlio a caccia) seguito da un flashback, che ci narra in modo secco ed efficace prima l'infanzia e poi la gioventù del protagonista. Cresciuto ai semplici e limpidi valori del ruvido padre, Chris non ha dubbi su cosa fare della sua vita una volta adulto. Dopo il duro addestramento nei Seal, si trova catapultato, fresco sposo, a "difendere la patria" in Iraq, anche quando questo significa sparare su mamme e bambini. È una guerra sporca e assurda, ma a differenza del fratello (anch'egli soldato), Chris non sembra perdere mai la fede nella sua missione. Però poi, quando torna a casa, similmente all'artificiere di The Hurt Locker, la guerra lo segue, avvelenando il ménage familiare.
Eastwood firma un'opera dove il sogno americano è ormai un incubo paranoico e la guerra sembra paradossalmente l'unico modo per sentirsi in pace. È un film pregno di angoscia e di tensione, non solo nelle scene di battaglia (girate magistralmente), ma anche negli interludi familiari, con più di un paio di sequenze che difficilmente si scorderanno, come l'ultima missione, con le immagini che si dissolvono nel rosso di una tempesta di sabbia.
La vicenda di questo eroe americano si conclude in modo tragicamente ironico, suggellando perfettamente questa parabola sull'insensatezza della guerra. Un altro grande sorprendente film di una vecchia icona del cinema americano, tutt'altro che pronta per la pensione.

American Sniper (USA, 2015)
Un film di Clint Eastwood.
Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban.
Durata 134 min.

sabato 3 gennaio 2015

A beautiful game

The Imitation Game è un biopic dall'impianto abbastanza tradizionale che narra la vita del geniale matematico inglese Alan Turing, ovvero come vincere la guerra e inventare il computer.
Il film si concentra soprattutto sugli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando a Bletchley Park un pugno di giovani scienziati, guidati da Turing, trova la chiave per decodificare Enigma, il più potente sistema crittografico dell'epoca, escogitato dai nazisti per rendere illeggibili tutte le loro comunicazioni militari. Il sempre bravo Cumberbatch tratteggia un Turing disadattato, asociale, con seri problemi relazionali, una versione ancor più antipatica del suo celebre Sherlock Holmes, quanto altrettanto geniale. Insomma, si ripete il cliché genio=strambo (il John Nash di A Beautiful Mind insegna), anche se l'attore inglese cerca di non esagerare e ci offre un'interpretazione piuttosto controllata, per quanto la sceneggiatura pare compiacersi dei lati più aspri della figura del matematico. Bella comunque l'intuizione della contrapposizione tra il talento innato di Turing nel decodificare i crittogrammi più insidiosi e la sua totale incapacità di comprendere le persone che lo circondano.
La trama evita di addentrarsi negli aspetti più tecnici della vicenda, preferendo giocare sulla crescente tensione nei tentativi di risolvere il rompicapo, spettacolarizzando al massimo la battaglia contro il tempo. Così facendo non rende giustizia alle geniali intuizioni di Turing e alla sua mente unica, preferendo una via più facile e accattivante. In secondo piano resta anche il tema dell'omosessualità e piuttosto sbrigativo risulta il finale, che accenna appena al vergognoso processo subito all'epoca e alla castrazione chimica a cui venne condannato lo scienziato.
The Imitation Game è un dignitoso film biografico, sostenuto da un buon cast (oltre a Keira Knightley si fanno notare anche due bravi attori specialisti in ruoli da villain come Charles Dance e Mark Strong), ma che avrebbe potuto osare di più, soprattutto approfondendo maggiormente l'aspetto scientifico delle idee di Turing e la sua complessa personalità. Cumberbatch comunque in zona Oscar.

The Imitation Game
(Gran Bretagna  / USA, 2014)
Un film di Morten Tyldum.
Con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear, Charles Dance.
Durata 113 min.