sabato 31 marzo 2018

Una fiaba pop per gli adulti di domani



Nel 2045 la gente preferisce vivere online in un mondo virtuale – chiamato significativamente Oasis – che affrontare una realtà squallida e deprimente. Halliday, il geniale creatore di Oasis, ha lasciato in eredità il controllo della sua società a chi vincerà una gara costituita da sfide e indovinelli, che ovviamente si svolgerà nella realtà virtuale. Ma dopo cinque anni nessuno è riuscito a superare neanche la prima prova finché il giovane Parzival…
Dopo innumerevoli film tratti da celebri videogiochi ecco una pellicola che sembra costruita come un videogioco ma che in realtà segue le ferree regole della fiaba stilate da Vladimir Propp. L’espediente del mondo virtuale permette di costruire sequenze mirabolanti senza limiti fisici (come in Matrix o nel cinetico Speed Racer dei Wachowski) ma senza cercare un realismo fotografico negli avatar dei protagonisti, che restano sempre abbastanza lontani da una precisa imitazione del corpo umano.
La semplice trama dà il destro ad un caleidoscopico viaggio nel mondo pop dei videogiochi e del cinema tra gli anni Settanta e Novanta, con una tale quantità di citazioni da restare storditi: dopo dieci minuti avevo già perso il conto. Degno di nota è sicuramente lo sbalorditivo viaggio horror all’interno di Shining, un affettuoso omaggio a Kubrick, in cui il suo film viene ricostruito – o meglio decostruito – con precisione maniacale.
Raramente effetti speciali e stupefacenti sequenze in CGI sono così ben integrate nella storia come in Ready Player One che, pur non brillando particolarmente per originalità della trama, cattura lo spettatore con un montaggio serrato e non annoia mai. Spielberg porta al cinema il best-seller di Ernest Cline in modo efficace e spettacolare, come sa fare bene lui, suggerendo pure qualche riflessione su quale potrà essere il futuro del cinema e anche sul nostro destino di umanità sempre più persa nei mondi virtuali dei social network.
Ready Player One (USA, 2018)

Un film di Steven Spielberg. 
Con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T.J. Miller, Simon Pegg. 
Durata 140 min.

martedì 27 febbraio 2018

D'amore e d'acqua


Baltimora, 1962. Elisa è una donna delle pulizie muta che lavora in una struttura di ricerca. Un giorno arriva una sorta di uomo anfibio, destinato a venir sacrificato in una serie di esperimenti legati alla ricerca spaziale. Scoppia l’amore.
La forma dell’acqua è una romantica fiaba per adulti con mostro, costruita con maestria e messa in scena con grande eleganza visiva.
Come spesso accade nei film di Del Toro, i veri mostri sono gli uomini: qui l’ingrato compito tocca al bravo Michael Shannon, sempre pronto a fornire un odioso psicopatico appena nascosto da una patina sottile conformismo borghese. Dall’altra parte abbiamo una specie di mostro della laguna aiutato da tre perfetti emarginati: un'ordinaria donna muta, il suo vicino di casa omosessuale e la collega di colore. Il terzetto di perdenti agisce in un’America razzista e omofoba, paranoica e senza pietà. Ancora una volta Del Toro miscela sapientemente il cinema fantastico di genere con un contesto storico preciso e pieno di spunti drammatici, dando vita a personaggi ricchi di sfaccettature e mai scontati.
La forma dell’acqua è un film visivamente curatissimo, dalla scenografia alla fotografia, dove nulla viene mostrato per caso, che richiede una visione attenta se non si vogliono perdere tutti i dettagli, i richiami, gli omaggi e le citazioni. Nonostante ciò manca della potenza e dell’originalità di opere precedenti di Del Toro, come Il Labirinto del Fauno, e alla fine dà l’idea di un film “costruito” per piacere – soprattutto – a critici e cinefili. Il profluvio di premi e riconoscimenti (dal Festival di Venezia alle 13 nomination agli Oscar) sembra confermare questo sospetto.

La forma dell'acqua - The Shape of Water (The Shape of Water, USA 2017)
Un film di Guillermo Del Toro.
Con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer.
Durata 119 min.

sabato 13 gennaio 2018

Il cuore oscuro dell'America

Una madre che ha perso da poco la figlia, stuprata e assassinata, affigge tre grandi manifesti fuori dalla cittadina di Ebbing, accusando lo sceriffo di non fare nulla per trovare il colpevole. L’iniziativa non passerà inosservata, scatenando una serie di eventi imprevedibili.
Una sceneggiatura di ferro, una regia asciutta e precisa e un cast formidabile sono gli ingredienti di questo film piccolo e sorprendente. La storia cupa e una trama apparentemente scontata non vi lascino ingannare: il film e i suoi personaggi prendono presto dei sentieri inaspettati.
Il regista e sceneggiatore irlandese Martin McDonagh – che viene dal teatro e si vede – ha il dono di volgere in un secondo una scena drammatica in comica, senza scadere mai nel grottesco. Inoltre riesce a costruire dei personaggi per niente banali. La figura tragica di Mildred Hayes, madre in lutto interpretata magistralmente da una strepitosa Frances McDormand, ha spesso toni da commedia, grazie al suo carattere ruvido ed alla sua lingua tagliente. Così lo sgradevole agente Jason Dixon – quasi uno stereotipo del poliziotto violento e razzista incarnato dal bravissimo Sam Rockwell – ci mostrerà nel corso della storia tutta la sua complessa umanità.
Il microcosmo di Ebbing, cittadina persa nell’America più profonda e oscura, ci racconta molto dell’America contemporanea, affrontando in modo disincantato e mai didascalico temi di grande attualità come il razzismo, la violenza sulle donne ma anche l’ipocrisia di una società bigotta. Memorabile in questo senso il monologo di Mildred con il prete sulle colpe di una casta che non fa nulla per impedire la pedofilia al suo interno, discorso facilmente allargabile alle responsabilità di tutta una società, complice di un’infinità di crimini ma sempre pronta a fare la morale a chi esce dal coro per gridare che il re è nudo.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (premiato a Venezia e ai Golden Globe) è uno dei migliori film visti da molti anni a questa parte, una pellicola che fa pensare e riesce nel difficile compito di far ridere in modo intelligente. Da vedere assolutamente.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, USA / Gran Bretagna, 2017)
Un film di Martin McDonagh.
Con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Peter Dinklage
Durata 115 min.

venerdì 5 gennaio 2018

L'uomo più solo del mondo


Roma, 1973. John Paul Getty III, giovane nipote dell’uomo più ricco del mondo viene rapito dalla 'ndrangheta, ma il nonno non vuole pagare il riscatto. Sua madre lotterà con tutte le sue forze per far tornare a casa il figlio.
Ispirato ad un celebre fatto di cronaca – raccontato con qualche libertà – il film si concentra sulla figura di Gail Harris, nuora divorziata del magnate del petrolio Jean Paul Getty, che si trova a fare le spese con una famiglia tanto potente quanto disfunzionale: un marito drogato e un suocero la cui ricchezza è direttamente proporzionale alla sua taccagneria, impegnato solo ad accumulare ricchezze e mantenere le distanze dai familiari.
Getty affronta il rapimento del nipote come un qualsiasi affare e manda a trattare con i rapitori il suo consulente per la sicurezza Fletcher Chase, ex agente CIA, esperto nel trovare accordi in qualsiasi situazione. L’aspetto più interessante del film è questo parallelo tra lo spietato mondo degli affari di Getty e quello dell’anonima sequestri: le due sequenze in cui i milioni del riscatto vengono contati in banca e poi ricontati nel casolare dei banditi esplicita in maniera chiara questa lettura della vicenda, come l’episodio in cui il giovane rapito viene venduto ad un “investitore”, ribadendo il concetto che si tratta solo di affari.
Alla fine è difficile scegliere se sia più feroce il nonno, che si limita a prestare i soldi al figlio per pagare il riscatto (ma solo per beneficiare di uno sgravio fiscale) o il rapitore spietato che fa tagliare un orecchio a Paul.
Il film, diretto con mano sicura da Ridley Scott, fila liscio nonostante la durata, grazie ad un buon ritmo e una costruzione piuttosto classica e lineare. Ci restituisce un’Italia immersa nell’austerity, a volte un po’ esotica, divisa tra la dolce vita e il folclore della 'ndrangheta calabrese, ma che è un perfetto sfondo per questa cupa parabola sul lato oscuro del capitalismo.
Un grande Christopher Plummer  – che ha sostituito a riprese ultimate Kevin Spacey caduto in disgrazia – dà vita ad un Jean Paul Getty a tutto tondo, odioso e spietato ma che riesce a suscitare sprazzi di empatia nello spettatore mostrando barlumi di umanità, come quando racconta al nipote i suoi puerili sogni imperiali o spiega la sua pulsione di circondarsi di capolavori (perché gli oggetti non cambiano e non ti tradiscono), facendo intravedere tutta la solitudine dell’uomo più ricco del mondo.

Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World, USA 2017)
Un film di Ridley Scott.
Con Michelle Williams, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Charlie Plummer, Romain Duris.
Durata 132 min.

venerdì 29 dicembre 2017

L'uomo che visse due volte


Adriana, una donna solitaria che fa il medico legale, incontra ad una festa l’affascinante Andrea. Passano insieme un’appassionata notte d’amore. Lui le dà appuntamento per la sera successiva ma non si fa vedere. Ricompare invece sul tavolo autoptico morto assassinato. Adriana è sconvolta dall’episodio, soprattutto dopo che lo incrocia vivo e vegeto per strada.
Il nuovo misterioso film di Ozpetek comincia bene, con un interessate spunto narrativo degno di un buon giallo, un’ambientazione napoletana piuttosto originale e un manipolo di bravi attori. Putroppo il film ben presto si perde per strada, diventando un soporifero pasticcio tra echi manieristi e maldestri spunti hitckcockiani, senza decidersi che strada prendere tra il giallo e il melò. Ozpetek infarcisce il film un po’ a casaccio con singolari riti, affascinanti luoghi d’arte e personaggi folcloristici, ma in maniera poco organica alla trama, che intanto si sfalda minuto dopo minuto.
Il mistero viene alimentato con indizi buttati un po’ là, il delitto viene liquidato sbrigativamente e il regista sembra indeciso su come venirne fuori. E infatti conclude il film infilando uno dopo l’altro un paio di finali, uno peggio dell’altro.
Non è il suo film più riuscito, per usare un eufemismo.

Napoli velata (Italia, 2017)
Un film di Ferzan Ozpetek.
Con Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Biagio Forestieri.
Durata 113 minuti.

venerdì 15 dicembre 2017

Debole scorre la forza


Il malvagio Primo Ordine sta vincendo ma gli eroici ribelli, ultimi difensori della Repubblica, non si arrendono facilmente. La giovane Rey cerca l’aiuto del riluttante Luke Skywalker, ma dovrà cavarsela da sola contro Kylo Ren e il maligno leader Snoke.
Il secondo capitolo della nuova trilogia cerca nuove vie nell’interminabile saga di Lucas ma, pur evitando di ripetere trame già viste (come nell’episodio precedente), non si emancipa completamente dall’ingombrante eredità del Star Wars classico. Ma mentre questo aspetto è quasi inevitabile in un franchise miliardario (come ho già sottolineato sia per Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della forza che per Rogue One), è imperdonabile una sceneggiatura che spesso gira a vuoto e che si limita a infarcire il film con il solito repertorio di battaglie, duelli, missioni impossibili, deboli gag comiche e animaletti coccolosi ma senza nessun senso dell’epica. Sbaglia poi clamorosamente sulla costruzione di alcuni personaggi, come il super malvagio leader Snoke: misterioso, onnipotente e imponente nell’episodio precedente, qui è poco più di un villain dalla brutta (mezza) faccia, che viene liquidato assurdamente in fretta. Anche il carattere di Rey, che sembrava promettere bene, è stato sviluppato in modo deludente, diventando sempre meno interessante. Un vero peccato, perché visivamente il film è impeccabile, con sequenze di grande virtuosismo ed eleganza (si veda la carrellata volante nel casinò), un buon ritmo e un sacco di invenzioni riuscite per quanto riguarda le ambientazioni e l’esotica fauna che da sempre popola la saga. Forse un po’ meno di azione, un po’ di maggior spessore ai protagonisti e più cura nello sviluppo della trama avrebbe giovato al film.

Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi, USA, 2017)
Un film di Rian Johnson.
Con Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Lupita Nyong'o, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Gwendoline Christie, Kelly Marie Tran, Laura Dern, Benicio Del Toro, Peter Mayhew.
Durata 152 minuti.

venerdì 10 novembre 2017

Un grafico salverà il mondo


Finalmente anche noi grafici abbiamo il nostro eroe. Ciro è un qualificatissimo giovane laureato in comunicazione che si arrabatta tra clienti terribili e uno squallido lavoro in friggitoria, finchè non spedisce il suo curriculum nello spazio e viene assunto da degli alieni apparentemente gentili e disponibili. Alla fine gli toccherà salvare il mondo.
I ragazzi di The Jackal, dopo anni di esilaranti video su Youtube, sbarcano sul grande schermo con una divertente fanta-commedia in salsa napoletana. Girato con la consueta cura, che contraddistingue le produzioni del gruppo, AFMV si muove tra la satira sociale (la fuga dei cervelli portata all’estremo), puro divertissement e la fantascienza ironica e divertente in stile Douglas Adams. Il film gioca tra i luoghi comuni tipici della commedia, della fantascienza e dei film d’azione, con guizzi di genialità: il parcheggiatore napoletano zombi (esilarante auto-citazione), gli incontentabili clienti con i volti dei Savastano (direttamente da Gomorra, un loro chiodo fisso), lo chef cino-napoletano, l’affettato alieno con sprazzi di dottor Stranamore e l’irresistibile cameo di Gigi D’Alessio, emissario extraterreste sulla terra (la risposta partenopea al Michael Jackson di Men in Black)…
AFMV è un film coraggioso, pensato in grande e realizzato in modo impeccabile dal punto di vista tecnico, che osa dove pochi in Italia si avventurano (forse solo i Manetti Bros.) e non delude le aspettative.

Addio fottuti musi verdi (Italia, 2017)
Regia di Francesco Capaldo.
Con Ciro Priello, Beatrice Arnera, Simone Ruzzo, Fabio Balsamo, Alfredo Felaco.
Durata 93 minuti