venerdì 10 novembre 2017

Un grafico salverà il mondo


Finalmente anche noi grafici abbiamo il nostro eroe. Ciro è un qualificatissimo giovane laureato in comunicazione che si arrabatta tra clienti terribili e uno squallido lavoro in friggitoria, finchè non spedisce il suo curriculum nello spazio e viene assunto da degli alieni apparentemente gentili e disponibili. Alla fine gli toccherà salvare il mondo.
I ragazzi di The Jackal, dopo anni di esilaranti video su Youtube, sbarcano sul grande schermo con una divertente fanta-commedia in salsa napoletana. Girato con la consueta cura, che contraddistingue le produzioni del gruppo, AFMV si muove tra la satira sociale (la fuga dei cervelli portata all’estremo), puro divertissement e la fantascienza ironica e divertente in stile Douglas Adams. Il film gioca tra i luoghi comuni tipici della commedia, della fantascienza e dei film d’azione, con guizzi di genialità: il parcheggiatore napoletano zombi (esilarante auto-citazione), gli incontentabili clienti con i volti dei Savastano (direttamente da Gomorra, un loro chiodo fisso), lo chef cino-napoletano, l’affettato alieno con sprazzi di dottor Stranamore e l’irresistibile cameo di Gigi D’Alessio, emissario extraterreste sulla terra (la risposta partenopea al Michael Jackson di Men in Black)…
AFMV è un film coraggioso, pensato in grande e realizzato in modo impeccabile dal punto di vista tecnico, che osa dove pochi in Italia si avventurano (forse solo i Manetti Bros.) e non delude le aspettative.

Addio fottuti musi verdi (Italia, 2017)
Regia di Francesco Capaldo.
Con Ciro Priello, Beatrice Arnera, Simone Ruzzo, Fabio Balsamo, Alfredo Felaco.
Durata 93 minuti

giovedì 9 novembre 2017

Prosecco e cemento

Uno strano suicidio seguito da due omicidi in un tranquillo paesino sui colli trevigiani coperti di vigneti: l’ispettore Stucky, fresco di nomina, indaga e s’imbatte nelle imprese criminali dei soliti potenti insospettabili e senza scrupoli.
Padovan gira un frizzante giallo ecologico immergendolo nel bucolico veneto dei colli del prosecco, un ambiente in bilico tra chi rispetta la terra e chi la distrugge perseguendo una falsa idea di sviluppo e progresso. Lo spaesato ispettore si trova catapultato in uno strano mondo fatto da pittoresche congreghe di viticoltori, puttane dal cuore tenero, giovani ereditiere, immigrati e matti del villaggio. Unico difetto del film è un certo buonismo di stampo televisivo e qualche personaggio un po’ troppo macchiettistico.
Il giallo, come spesso accade, è un pretesto per parlare di un tema sempre più attuale, soprattutto in una regione devastata dalle "fabbrichette" come il Veneto: quello della sostenibilità, del rispetto per l’ambiente in cui viviamo e dei limiti dello sfruttamento del territorio. Il film è un affettuoso ritratto di una terra splendida ma minacciata ogni giorno dalla stupidità e dalla cupidigia umane, rappresentate metaforicamente dalla “ruggine”, che diventa qualcosa di più minaccioso di una malattia della vite.
Sempre perfetto Giuseppe Battiston nei panni di Stucky, coadiuvato da un buon cast, nel quale spiccano il bravo Roberto Citran e il grande Rade Serbedzija, nel ruolo del carismatico Conte Desiderio Ancillotto. Adatto anche agli astemi.

Finché c'è prosecco c'è speranza (Italia, 2017)
Un film di Antonio Padovan. 
Con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Liz Solari, Roberto Citran, Silvia D'Amico, Rade Serbedzija
Durata 101 minuti.

giovedì 2 novembre 2017

Cosmonauti allo sbaraglio


Nel 1985 la stazione spaziale sovietica Sojuz 7 va fuori controllo per un guasto e rischia di schiantarsi a terra. L’unico modo per salvarla è mandare qualcuno a ripararla, una missione che sembra impossibile. 
Partendo da un fatto realmente accaduto, e poco noto in occidente, il regista Klim Shipenko costruisce un film epico e coinvolgente, una sorta di risposta russa agli hollywoodiani Space Cowboys o Apollo 13. Romanzando con una certa libertà la vicenda, riesce a realizzare un godibile film con tutti gli ingredienti del genere, dalla cinica burocrazia militare all’eroico e insubordinato pilota, in un crescendo di prove da superare fino al liberatorio finale. Salyut-7 è ottimamente girato, supportato da spettacolari effetti speciali e sfoggia un cast dalle facce giuste. Bisogna dire che il film non è immune da una certa dose di propaganda, per come mette in scena gli eroici protagonisti, per come approfitta del clima da guerra fredda dell’epoca per aggiungere pepe alla storia e per come sorvola sulla lunga serie di fallimenti e incidenti occorsi alle missioni Sojuz. Il regista arriva a inserire una scena verso il finale – la cui veridicità è molto dubbia – in cui l’equipaggio dello space shuttle Challenger rende onore ai cosmonauti russi subito dopo che questi hanno salvato in extremis la loro stazione. Ma dopo aver visto tanti inverosimili filmoni patriottici americani questo piccolo scivolone è perdonabile. Il film avrà una distribuzione nei cinema italiani: consiglio di vederlo. 

Salyut-7 (Russia, 2017)
Un film di Klim Shipenko
Con Vladimir Vdovichenkov, Pavel Derevyanko, Igor Ugolnikov, Lyubov Aksyonova, Oksana Fandera, Mariya Mironova
Durata: 111 min. 

mercoledì 1 novembre 2017

Quel che resta di noi


In un futuro prossimo delle sofisticate intelligente artificiali (chiamate prime) faranno compagnia e aiuteranno anziani vedovi e ammalati grazie a convincenti ologrammi con sembianze di persone care defunte. Questo lo spunto fantascientifico di un film dalla struttura teatrale e dal respiro filosofico, che s’interroga sull’essenza dei ricordi e, di conseguenza, di cosa rimane di noi ad amici e parenti, dopo la nostra dipartita.
Marjorie (Lois Smith, già protagonista del dramma omonimo da cui il film è tratto) ha l’alzheimer e viene accudita dal prime con le sembianze di suo marito Walter da giovane, perché lei quello ricorda. Il prime registra tutte le informazioni che riceve sulla persona che riproduce in modo da rappresentarla in modo sempre più fedele e convincente. Ma, ovviamente, si tratta del ricordo di chi l’ha conosciuta, perciò spesso è un informazione parziale, molto soggettiva e a volte reticente.
Il film di Michael Almereyda affronta in maniera intelligente e profonda il tema del ricordo e del suo progressivo corrompersi e disfarsi, mettendo in dubbio tutte le nostre certezze su ciò che abbiamo vissuto e – in fondo – su chi siamo.
La bella villa sul mare di Marjorie, che divide con la figlia e il marito di lei, nel corso degli anni finirà per popolarsi di prime, questa sorta di fantasmi iperrealisti che altro non sono che la condensazione digitale dei ricordi lasciati dai morti, eredità in grado di sopravvivere in eterno, come suggerisce lo splendido e malinconico finale.

Marjorie Prime (USA, 2017)
Un film di Michael Almereyda.
con Jon Hamm, Geena Davis, Tim Robbins, Lois Smith, Stephanie Andujar, Leslie Lyles.
Durata 99 min.


domenica 22 ottobre 2017

A colpi di racchetta


Billie Jean King è una campionessa di tennis che nei primi anni Settanta si batte per la parità di compensi tra giocatori uomini e donne nei tornei. L’ex campione di tennis cinquantenne Bobby Riggs la sfida a batterlo in una partita che passerà alla storia.
La curiosa storia vera di questo evento viene narrata con tocco leggero dai registi Jonathan Dayton e Valerie Faris (marito e moglie), che ci portano negli anni dei primi movimenti di liberazione femminile e delle conseguenti paternalistiche e irridenti reazioni maschili.
Il film sceglie di concentrarsi più sull’evento sportivo che sugli aspetti sociali della lotta per i diritti delle donne. Dopo una partenza promettente, il film si limita a mettere in scena un clownesco Steve Carell (Bobby) mentre cerca di rinverdire i fasti di una carriera sportiva ormai finita e una mimetica Emma Stone (Billie Jean), divisa tra sacrosante battaglie civili, lo sport e una complessa vita sentimentale. Così le rivendicazioni femminili all’interno di un ambiente gretto e maschilista vengono presto lasciate presto per strada per seguire la vita privata di Billie Jean o i siparietti buffoneschi di Bobby. Senza grandi invenzioni di regia si arriva allo scontro finale, ma con la sensazione che forse molte cose più interessanti siano state lasciate fuori dal film.
Quest’ultima opera di Dayton e Faris – molto più incisivi nel loro film d’esordio, il delizioso Little Miss Sunshine – non osa mai troppo e scivola via senza infamia e senza lode.

La battaglia dei sessi (Battle of the Sexes, USA / Gran Bretagna, 2017)
Un film di Jonathan Dayton, Valerie Faris.
Con Emma Stone, Steve Carell, Andrea Riseborough, Sarah Silverman, Martha MacIsaac.
Durata 121 minuti.


martedì 17 ottobre 2017

Una biografia dipinta


Un anno dopo la morte di Vincent Van Gogh, Armand Roulin viene incaricato dal padre di consegnare a Theo Van Gogh una lettera da poco ritrovata del pittore. Questo lo spunto per raccontare gli ultimi anni di vita dell’artista, attraverso le testimonianze – spesso contraddittorie – delle persone che l’hanno conosciuto e che lui ha ritratto. Tale espediente narrativo, che sembra preso pari pari da Quarto potere di Orson Welles, permette di inserire il maggior numero possibile di ritratti nel film, grazie al fatto che Van Gogh ha usato come modelli molte delle persone che incontrò sul suo cammino, dal postino Roulin al dottor Gachet.
Ma il punto forte del film non è certo la trama, ma la sua tecnica. Infatti Loving Vincent anima letteralmente un'impressionante serie di capolavori ridipingendoli fotogramma per fotogramma. Centinaia di pittori hanno materialmente dipinto tutto il film a olio su tela, grazie anche al supporto di sofisticate tecniche digitali, ma sostanzialmente realizzando tutto il lavoro a mano. Questo permette di addentrarci nei più noti dipinti di Van Gogh, o di vedere i suoi ritratti più celebri prender vita e diventare protagonisti di un'indagine sulla sua morte. Il trucco non sempre funziona bene: è impressionante quando aderisce allo spazio pittorico piatto e deformato dell’artista, muovendo solo alcune parti del quadro, o quando la “macchina da presa” entra in un dipinto, un po’ meno quando propone scene di azione più complesse (avvalendosi della rodata tecnica del rotoscope che si basa su filmati di attori ridipinti) o nei flash back in bianco e nero (molto raffinati ma più vicini al cinema noir che alla pittura vangoghiana).
Nei momenti migliori sembra di essere davanti ad un quadro stregato: la pennellata e la matericità della pittura sono così fisiche che sembra quasi di sentire l’odore dell’olio di lino. Il film è il più grande, eccentrico ed affettuoso tributo all’opera di Van Gogh mai visto e una tangibile testimonianza del grande amore popolare di cui gode la sua arte oggi. Da vedere.

Loving Vincent (Gran Bretagna / Polonia, 2016)
Un film di Dorota Kobiela, Hugh Welchman.
Con Aidan Turner, Helen McCrory, Saoirse Ronan, Douglas Booth, Jerome Flynn.

domenica 15 ottobre 2017

Al ritmo del contagio


Nella Parigi all’inizio degli anni Novanta gli attivisti di Act up - Paris organizzano azioni clamorose per costringere le case farmaceutiche e il governo a essere più solerti nella lotta contro l’AIDS: i membri dell’associazione sono drammaticamente motivati, essendo quasi tutti o sieropositivi o già ammalati. Ispirato a storie vere, il film ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes.
L'opera di Robin Campillo affronta il tema in modo distaccato e quasi documentaristico, raccontando tutti gli aspetti delle lotte di Act Up, anche quelli meno d’effetto come le interminabili riunioni preparatorie e le diatribe interne. Il film passa progressivamente dal pubblico al privato, dedicando la seconda parte alla storia d’amore di due attivisti, l’esuberante Sean e il tranquillo Nathan, tanto per mettere nella giusta prospettiva le battaglie di persone che lottano per la propria sopravvivenza nell’indifferenza delle istituzioni. Con stile asciutto e senza usare facili trucchetti lacrimevoli ci si addentra nel quotidiano inferno personale dei malati e – contemporaneamente – si mette in scena il lucido coraggio di persone comuni che lottano per la salvezza di una comunità colpevolmente ignorata e condannata.
In tempi di reflussi omofobi e bigotti, un film quanto mai necessario e sincero.

120 battiti al minuto (120 battements par minute, Francia, 2017)
Un film di Robin Campillo.
con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud.
Durata 135 minuti.